La giustizia vera

22 anni fa veniva ucciso dalla mafia il giudice Rosario Livatino. Giovane coscienza cristiana, impegnata a dare un’anima alla legge.
Il giudice Rosario Livatino

Il 21 settembre 1990 Rosario Livatino, nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, giudice presso il Tribunale di Agrigento, mentre si reca al lavoro con la sua automobile, senza scorta, viene raggiunto da quattro sicari assoldati dalla mafia e assassinato sul posto.
Attorno, la calda e secca aria della mattina autunnale siciliana spande le sue fragranze. Il sole che splende glorioso sulle tragedie rende l’assurdo ancora più assurdo.
Sul luogo del barbaro omicidio i genitori di Rosario, Vincenzo e Rosalia, faranno poi erigere una piccola stele. Che rimane lì, nel cuore della Sicilia dai mille volti, a ricordare un giovane che credeva nella giustizia e faceva con passione il suo dovere. Sulla tomba un andirivieni di giovani e scolaresche testimonia il fascino che Livatino continua a esercitare.
Egli aveva messo a segno diversi colpi nei confronti della mafia attraverso la confisca dei beni; aveva indagato sulle relazioni mafia-massoneria e mafia-politica; insieme a colleghi fu il primo ad interrogare un ministro; aveva indagato sugli illeciti meccanismi dell’intoccabile potere imprenditoriale dell’isola. Insomma, aveva dato fastidio, e l’avevano fatto fuori.
 
Rosario era cristiano, di quella fede schietta che non ama apparire, che illumina i gesti stando racchiusa dentro il cuore. Teneva, Livatino, un Vangelo sul suo tavolo di lavoro a casa, dove passava lunghe notti a studiare i documenti processuali; si fermava tutte le mattine prima d’andare al lavoro a pregare da solo nella vicina chiesa di San Giuseppe; aveva vergato nella sua agenda, a mo’ di programma di vita, le iniziali STD, Sub Tutela Dei, sotto la tutela di Dio.
Ma, forse proprio per la sua fede profonda, non temeva, Rosario, di sentirsi totalmente laico: voleva parlare coi fatti, che tutti possono comprendere e apprezzare. Diceva: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto credibili».
Fu proprio dopo aver letto queste pagine del diario del giudice "ragazzino", che Wojtyla pronunciò l'anatema contro la mafia, il 9 maggio 1993 nella Valle dei templi ad Agrigento. Prima di giungervi, il papa si era fermato per sette minuti nell'abitazione dei genitori di Rosario, dove lesse le pagine del diario. Poco dopo, davanti alla folla, con braccio teso e brandendo il pastorale, levò quel grido: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l'uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, qualsiasi mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto. Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!».
 
Ma sarebbe riduttivo ricordare Rosario Livatino solo per la sua lotta alla mafia. Egli era una coscienza acuta, un giudice che faceva il suo lavoro con cocciuta determinazione, non rifiutando però d’interrogarsi sul significato della giustizia e sulle intersezioni fra fede e legge. Era cosciente di quanto gravoso e determinante fosse nella società il ruolo del giudice, che decide sulla vita altrui.
E questo lo può fare solo un saggio, con immensa conoscenza e amore per la verità e per le persone sui cui atti deve emettere un giudizio. «Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili».
Vedeva l’ampiezza e i limiti del compito che doveva svolgere. «La giustizia è necessaria – diceva –, ma non sufficiente». Riteneva che la legge fosse fatta per l’uomo e non viceversa, che fosse necessario «dare alla legge un’anima» e che essa dovesse essere applicata usando sia la mente sia il cuore.

In una celebre conferenza tenuta a Canicattì affermò: «Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta, perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano».
Poi aggiunse una frase folgorante, sigillo della riflessione e del lavoro della sua vita: «Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico». Un anno fa, il 21 settembre 2011, ricorrenza della sua uccisione, è stato aperto ufficialmente il processo diocesano di beatificazione di Rosario Livatino.
Il giovane giudice di Canicattì continua, dal cielo, a dare speranza a quelli che vogliono seguire la sua strada, di coraggio e dedizione ai grandi ideali. L’unica che rende la vita degna d’essere vissuta.

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