Ma la giovinezza è una bella cosa?

Prossimamente al cinema due film sul difficile rapporto con la giovinezza vissuta e passata firmati da Valeria Bruni Tedeschi e Piermaria Cecchini
Forever Young
Da sinistra: Valeria Bruni Tedeschi, Suzanne Lindon, Vassili Schneider e Louis Garrel alla prima di "Forever Young" a Cannes (AP Photo/Daniel Cole)

«Quant’è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia…» I versi di Lorenzo de’Medici di secoli fa sono sempre attuali. La giovinezza, col passare degli anni è nostalgia, rimpianto, ricordo bello e triste: comunque passa, è passata. In Forever Young Valeria Bruni Tedeschi, attrice e regista, firma forse il suo film più bello. Un lavoro circondato dalla poesia del ricordo, in parte autobiografico, in parte riflessivo e in parte tra gioia e primi drammi. Ma con un ritmo scorrevole, senza false strizzatine d’occhio all’oggi.

Tutto si svolge a Parigi dove i ventenni Stella, E’tienne e Adèle superano l’esame di ammissione alla terribile scuola di Patrice Chèreau e si trovano a scoprire insieme il teatro e la vita reale che proprio teatro non è. Eppure, anche la realtà che non è teatro serve a crescere. Amori disinibiti, amicizie che vanno e vengono, emozioni nei vorticosi anni Ottanta fra affetti, droghe, l’Aids, ragazze che si scoprono incinte, morti per overdose. E insieme gioia di vivere, ingenuità, sogno.

Il film è un omaggio al mestiere – o vocazione? – dell’attore, all’attenzione al gesto, alla voce, al corpo, ai sogni di giovani convinti che il teatro è la loro casa, la loro forza di crescita. Il ragazzo che ha la moglie con l’Aids e lui stesso teme di averlo – è pure padre di una bambina – è personaggio commovente; l’altro, E’tienne, sbandato e folle che non riesce a smettere con la droga, la ragazza Stella che abortisce e insieme le avances dei registi sui giovani, le pulsioni difficili da frenare, gli smarrimenti e la risposta al dolore… Sono elementi di un teatro della vita che è sogno, disperazione, entusiasmo, gusto di vivere e di emozionarsi.

Sono storie di giovani che si intrecciano e crescono vorticosamente mantenendo il difficile equilibrio tra la vocazione e la realtà, tra la visione e la disperazione, fra la ricerca della bellezza e la durezza dei drammi. La regista si incarna nella figura travolgente, solare, passionale di Stella (Nadia Tererszkievicz), mentre Luis Garrel è l’iconico, il terribile Chéreau. Autobiografia di un’attrice oggi matura che ripercorre il suo vissuto, facendo degli anni Ottanta un mito epico a suo modo di dolore e amore, lucidità e visione, pazzia e crescita. Spiazzante, sincero, rapido. La nostalgia vista con occhio ormai maturo ma ancora giovane e complice.

Una giovinezza che non vuol finire, ma restare incompiuta, immatura e insoddisfatta. Ne parla l’opera prima di Piermaria Cecchini Ma tu mi vuoi bene? in uscita il 6 dicembre. Paolo Bernardini interpreta Lorenzo, un quarantenne manager di successo: vive solo, distaccato dalla famiglia, triste per la morte improvvisa della madre. Ha tutto: stima, soldi, donne, ma non sa chi sia veramente. In verità, come gli rinfaccia suo fratello, non è mai cresciuto, ha sempre e solo pensato a sé.

In vacanza nel paesello pugliese, esplora sé stesso attraverso antiche conoscenze, vede la sua vita egocentrica che gli sfugge, ma forse per la prima volta, in un incontro con una donna, comprende il valore della frase: ma tu mi vuoi bene? Potrebbe aprire un varco oltre il suo solitario orgoglio.

Fotografato con delicatezza in una Puglia marina e campestre, recitato con naturalezza, il film è ancora uno sguardo su una giovinezza scivolata via senza troppi intoppi, ma infine amara. La solitudine non paga, solo pensare a qualcun altro offre un’opportunità di fare della nostalgia un’occasione di ripresa. Ci riuscirà Lorenzo?

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