La frontiera? È la soglia dell’altro

L’estate è la stagione privilegiata per spingerci dove solitamente non osiamo avventurarci. Durante l’anno non c’è tempo, ci sono i figli a cui badare, il lavoro da sbrigare. E poi fa freddo, chi me lo fa fare di rischiare, più tardi avrò il tempo necessario… Non a caso l’estate è tempo di vacanza, termine che viene da vacare, cioè “svuotarsi”: è il vuotoche permette di andare là dove di solito non si va. Fino ai confini, oltre i confini.

 

Per professione e vocazione, nella mia vita ho attraversato centinaia di frontiere, un po’ ovunque. Ogni volta l’esperienza è risultata diversa; mai l’attraversamento di un confine si è rivelato uguale ai precedenti. Se in un’occasione tutto filava liscio e nessuno s’accorgeva che uno straniero entrava nel suolo patrio, in un’altra il poliziotto di frontiera, forse alzatosi male, mi trattava come un delinquente; in un’altra ancora trovavo con le guardie insospettate affinità, tanto da finire a tarallucci e vino, non solo metaforicamente.

Ogni volta, però, l’attesa del superamento della frontiera mi si è rivelata e si rivela ancora una vera esperienza di conversione. Sì, perché dinanzi alle sbarre chiuse d’una frontiera, all’incertezza del passaggio, trattenendo spesso il fiato, ci si pone le tre domande esistenziali formulate da Emanuele Kant (che di frontiere in realtà ne aveva passate solo di mentali): chi sono? dove vado? cosa faccio? Cioè si cerca ragione della propria identità (il passato), dei propri progetti (il futuro) e della realtà che ci si trova a vivere (il presente).

 

Cercare di dare risposte (difficilissime) a queste tre domande (semplicissime) aiuta. Aiuta sì a superare la frontiera ma ancor più, quando si torna a casa, a saper affrontare meglio le tante frontiere della nostra vita personale e collettiva, quelle che ci aspettano al varco al rientro dalle ferie.

I confini interni al nostro cuore, innanzitutto: quello mi piace e quell’altro no, una linea immaginaria separa i miei amici dai miei nemici, quelli di destra li amo, quelli di sinistra li odio o viceversa. Poi i confini delle nostre città: i quartieri “buoni” e quelli da evitare, i quartieri “nostri” e quegli degli immigrati. Altri confini sono quelli che ci siamo costruiti all’interno dei nostri Paesi: il Nord e il Sud e la demonizzazione reciproca.

Ancora, i confini del nostro continente: l’assedio degli immigrati, con le carrette del mare che scaricano disperazione sulle nostre coste, i treni che varcano le frontiere carichi di umanità in cerca d’un salario degno. Nello stesso modo abbiamo ricostruito muri finanziari con una parte del nostro Continente, e il muro di Berlino spunta di nuovo come una barriera di diffidenza. E poi i confini tra le civiltà: presunti confini, la civiltà occidentale e quella musulmana, quella buddhista e quella induista. Ancora, i confini della povertà e della ricchezza, spesso così vicini, su una linea che separa le disperazioni così simili e così diverse della miseria e dell’opulenza…

 

L’abituarci a superare i confini d’estate e il rispondere alle tre domande di Kant sono un buon esercizio, per capire chi siamo, dove andiamo e cosa dobbiamo fare. Lo capiamo soprattutto quando ci rendiamo conto che il confine, il muro, la barriera sono sì tracciati per separare, ma anche e soprattutto per essere superati. Scrive Zygmunt Bauman, uomo di confine, come tutti i polacchi lo sono: «Il futuro dipenderà dal dialogo che si creerà lungo i confini».

Essendo ancora in cammino verso la fraternità universale, le frontiere continueranno ad esistere, ci mancherebbe. Ma l’importante è che da una parte all’altra delle linee di separazione ci si parli, si sappia giungere all’accordo, fino a invitare l’altro a varcare finalmente la frontiera. Perché «l’altro siamo noi», diceva l’altro polacco, Kapuściński, il giornalista che amava superare le frontiere con o senza passaporto. Sì, perché la frontiera è soglia al cuore altrui.

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