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Mondo > America Latina

La storia di Mauricio Rosencof: la fraternità che abbatte steccati

di Alberto Barlocci

- Fonte: Città Nuova

Più spesso di quanto si pensi, i veri politici sono capaci di smantellare gli steccati, per mettere anche le differenze al servizio del bene comune. Una piccola storia dall’Uruguay e un esempio per tutti.

(AP Photo/Leo Correa)

La fraternità in politica non significa abbracci e pacche sulle spalle. Piuttosto è la capacità di raggiungere obiettivi comuni nonostante le differenze. È possibile allora servire il bene comune da sponde avversarie? È quanto accade molto più spesso di quanto si pensi ed è espressione di fraternità.

Negli anni ’60 e ’70, l’America Latina visse dolorosi scontri politici. Le ingiustizie e le sperequazioni sociali fecero credere a molti che l’unica via possibile per cambiare quelle situazioni fosse la violenza, mentre dal lato opposto ci si preparava ad appropriarsi dello stato per trasformarlo in dittatura, spesso spietata.

Lo fece anche Mauricio Rosencof, uruguayano, classe 1933, convinto che fosse giunto il momento di trasformare il mondo con la forza. Era un dirigente del movimento Tupamaros, i suoi erano ebrei emigrati dalla Polonia nel 1931. L’Uruguay di allora, precursore di un welfare che in Europa sarebbe giunto molto più tardi, aveva aperto loro le porte. Dotato di grande sensibilità artistica, Maricio Rosencof diventerà più tardi scrittore, poeta e drammaturgo, ma quando era ancora ragazzo, suo padre volle che studiasse violino, aggiungendo come spiegazione: “Perché devi suonare uno strumento ebreo”. “Babbo, e perché il violino sarebbe uno strumento ebreo?”, chiese Mauricio. La logica paterna non fece una grinza: “Perché noi dobbiamo essere sempre pronti a fuggire se scoppia un pogrom, ed un piano non te lo puoi portare via, ma un violino sì”.

Mauricio Rosencof (da pagina Facebook)

In casa Rosencof la domenica si leggevano le lettere dalla Polonia che la bubele (nonna, in yddish) ed altri parenti spedivano. Finché, con l’arrivo delle orde naziste, le lettere smisero di arrivare. Allora papà tirava fuori le lettere vecchie e le rileggeva a tutta la famiglia.

La lotta armata di Rosencof, che già componeva sonetti e poesie, si concluse nel 1972, quando venne imprigionato insieme al futuro presidente José Mujica. Dal 73 fino alla liberazione nel 1985, alla fine della dittatura, fu tenuto in ostaggio dall’esercito. Venne torturato e recluso in celle minuscole, spesso legato e obbligato al silenzio. I prigionieri potevano lavarsi solo di tanto in tanto, e il cibo era loro servito con una spolverata di sporcizie raccolte dal suolo. Un giorno, gli ostaggi furono condotti a turno in una profonda fossa scavata nella caserma, al centro della quale c’era un palo al quale vennero legati. Il comandante fece sfilare i 250 membri del battaglione e ciascuno urinò su di loro, dopodiché – in quelle condizioni – furono ricondotti in cella. L’anima poetica di Rosencof era così forte che la sua prima preoccupazione fu di recuperare i pezzettini di carta, occultati tra le pieghe dei suoi poveri indumenti, dove aveva cifrato i sonetti composti per sua figlia.

Quando venne liberato, dopo 12 anni di detenzione, di ragioni per nutrire rancori Rosencof poteva averne a bizzeffe, ma invece no: «Sono un politico – mi spiegò in un colloquio –, non conosco l’odio; ho avversari, non nemici».

Gli anni 80 furono duri, fanno parte del decennio perduto latinoamericano: una povertà diffusissima e un capitalismo selvaggio negarono sviluppo e vita degna a milioni di persone. L’Uruguay, impoverito, racimolò a fatica un po’ di fondi per l’infanzia. Ma occorreva gestirli con trasparenza, per evitare polemiche. A qualcuno venne in mente di mettere insieme nella gestione del programma per l’infanzia le due sponde estreme. Insieme ad altri, vennero convocati Rosencof e il generale Hugo Medina. Carcerato e carceriere passarono ore seduti allo stesso tavolo, a lavorare in vista di un bene comune. Il dibattito era spesso appassionato e di tanto in tanto saltava qualche scintilla. Eppure, entrambi seppero incontrarsi come uomini. In una pausa di quelle riunioni, Rosencof approfittò per uscire sul balcone a fumarsi una sigaretta. Alle sue spalle, Medina che lo osservava, confessò a qualcuno accanto: “Come non voler bene a quest’uomo?”. Quando gli rivelai questo episodio, a lui ignoto, Rosencof sorrise, ma non rimase sorpreso.

Non bisogna mai credere a chi vuole solo erigere steccati. Quando si fa politica in vista del vero bene, gli steccati cadono e restano solo i valori di cui ciascuno è portatore.

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