La Francia si muove

Canzonatoria, irriverente, spumeggiante, spezzata. Intellettuale. La danza francese è una realtà artistica variegata e mutevole, difficile da etichettare. Lo abbiamo costatato, tra delusioni e sorprese, nella rassegna La Francia si muove con numerosi nomi della danza d’oltralpe. Tra i titoli visti (all’Auditorium di Roma) emerge una tendenza a negare il movimento danzato. Come nell’italiana Claudia Triozzi (dall’85 attiva a Parigi). Nel suo intento di sperimentare da un corpo seduto altri possibili movimenti, la danza è assente. La performance di Park si limita ad una ricerca della memoria in frammenti di scene attorno a oggetti di un vissuto domestico. È invece totalmente assente, per la mancanza del corpo danzante, in Christian Rizzo nel suo ipnotico 100% Polyester objet dansant à definir n°…: abiti mossi da ventilatori disposti per terra. Irritante è The show must go on dove Jérome Bell ci scodella 18 canzoni alla presenza di ventuno danzatori (?) che solo in alcuni momenti si muovono mimando i testi dei vari brani o guardandoci inebetiti. Per il resto il palcoscenico rimane vuoto o solo illuminato: di giallo per Yellow submarine, di rosa per La vie en rose. Esempio di banalità spacciata per provocazione. Abbiamo ritrovato, per fortuna, il piacere vero della danza con Philippe Decouflé. Surreale e giocherellone, il popolare coreografo si è cimentato con un assolo. Chiunque lo fa, in genere, rischia mettendosi in gioco. Una sfida col pubblico vinta alla grande nell’esibizione romana di Solo: due serate al Palladium gremito all’inverosimile. Decouflé ripercorre la sua vita umana (mostra le fo- to di famiglia) e artistica (lo stile dei suoi maestri) usando ironia e tecnica al servizio delle idee. Con una microtelecamera amplifica in diretta i piedi e le mani. E gioca con essi. Crea un illusionismo di grande effetto con luci, ombre e sdoppiamenti su pareti geometriche, usando semplici effetti tecnologici. E quando danza, il suo corpo trasformato in un caleidoscopio di gesti astratti, rivela l’anima di un uomo in cerca d’incanto. A bras le corps, dei due eccezionali interpreti e coreografi Dimitri Chamblas e Boris Charmatz, ha avuto come cornice Palazzo Farnese. I danzatori agiscono nella Sala d’Ercole delimitata dagli spettatori disposti in un quadrato di sedie. Come dentro un ring si dibattono, si urtano, si incontrano. Fino alla spossatezza. Ci fanno sentire lo sforzo fisico, l’ansimare della fatica, l’energia della tensione muscolare sempre pronta allo scatto, al salto e alla caduta, alla plasticità delle torsioni. Estraggono così una scrittura coreografica che sembra scolpirsi in quel presente. Costruiscono un dialogo tra ciò che è stabile e ciò che non lo è. Si siedono fra gli spettatori, uno riparte, l’altro osserva. Si riuniscono. Sono memorie silenziose dove ogni spostamento del peso, ogni portamento delle braccia e delle gambe sembra essere preceduto da un pensiero che tiene conto dell’altro. È la danza che da forma a ciò che è difficile dire. ON CHISCIOTTE DELLA FANTASIA Milena Zullo occupa un posto preminente nella danza contemporanea italiana. Oltre al talento possiede idee chiare, e una rara capacità compositiva: sia nel costruire gesti corali di grande impatto scenico, sia nel trascolorare in atmosfere rarefatte, sia nell’isolare movimenti sullo sfondo di azioni. Lo dimostra nel Don Chisciotte, ovvero storia del cavaliere della fantasia, creato per il Balletto di Roma (diretto da Franca Bartolomei e Cristina Bozzolini). La Zullo rilegge il personaggio di Cervantes come uomo d’oggi, nella sua fragilità umana, e come portatore di poesia. Non è il vecchio dall’armatura sferragliante, comico ed eroico, sentimentale e temerario, che la tradizione del balletto d’azione ci ha tramandato, bensì un poeta della fantasia. Egli veste la realtà con i suoi panni, e con la forza del suo pensiero immaginifico la trasforma. La moderna trama gestuale con cui la Zullo configura metafore, scene e personaggi attraverso frammenti visionari della storia, diventa una personale riflessione esistenziale. Nei magnifici ballerini (capitanati da André De La Roche e da un bravissimo Hektor Budlla nel ruolo di Sancho), ella opera una trasfusione di moduli classici in altri contemporanei. Nella coreografia come nella musica. Sulle note delle Quattro stagioni di Vivaldi – a voler evidenziare gli stadi della vita – le musiche di Marco Schiavoni introducono sonorità etno. Quando la scena di pannelli colorati viene squarciata tutta la compagnia ci consegna, in una straordinaria sequenza coreografica, l’anima moltiplicata di Don Chisciotte, accendendone il mito. G.D. Al Sistina di Roma.

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