La forza di una maya

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Indigena, povera e ignorante: ero così per chi mi vedeva. Ma io, fino a dieci, undici anni, non me ne ero accorta. Con l’adolescenza iniziato però un periodo di crisi che mi avrebbe portata ad un progressivo rifiuto delle mie origini. Da piccola ero felice, e non mi pesava molto essere la maggiore di un nugolo di fratelli e sorelle, undici per la precisione, anche se in casa ero, come si usa da noi, la più impegnata nell’aiuto alla mamma, al punto tale che, dopo soli due anni di scuole elementari, non ho più potuto proseguire gli studi perché non potevamo certo permetterci una babysitter. Si lavorava molto e si chiedeva poco alla vita: un po’ di mais, riso e fagioli, qualche festa tra parenti e la messa in pratica di quelle norme essenziali che il catechismo della chiesa cattolica ci indicava. Ci volevamo bene, anche se è vero che la severità, a volte addirittura la durezza che mio padre e il nonno paterno esercitavano su tutta la famiglia, in particolare sui figli, qualche volta mi avevano turbata; ma da bambina avevo superato spontaneamente tutto ciò quasi considerandola normalità: avveniva infatti pressappoco così in tutte le famiglie maya. Man mano che crescevo però qualcosa dentro di me cambiava. Incominciavo a ribellarmi, soprattutto a mio padre, rispondendo male e covando nei suoi confronti un risentimento sordo e tenace che sarebbe durato a lungo. Mi accorgevo delle tante ingiustizie sociali che mi circondavano, della miseria ed ignoranza che ci tarpavano le ali, impedendoci ogni tentativo di progresso, della discriminazione tra noi indigeni – i paria del Guatemala – ed i meticci, imparentati con gli spagnoli. Tante erano le domande senza risposta: Perché Dio mi aveva fatta nascere indigena?; E perché la mia famiglia era così povera da non avermi reso possibile nemmeno una istruzione elementare?” Un senso di angoscia costante mi chiudeva sempre più l’animo, come in una morsa. Ricordo che una volta mi sono ammalata seriamente: avevo circa quattordici anni ed ero dimagrita moltissimo, finché una mattina non sono riuscita più ad alzarmi dal letto. Avevo la febbre molto alta. Portata da un medico della Caritas locale – non esistevano da noi altre strutture sanitarie – questi mi ha prescritto un lungo elenco di medicine che per mancanza di soldi non abbiamo mai potuto comperare. Mio padre, che nonostante i suoi modi rudi e il suo atteggiamento apparentemente duro, sotto sotto mi voleva bene, si è spaventato, e quella volta è venuto a chiedermi scusa piangendo. Ricordo però di non essermi troppo intenerita: ci voleva ben altro per farmi cambiare! Non potevo fare altro che pregare Dio e ad un certo punto, in uno slancio di generosità ho sentito di chiedergli di farmi guarire per darmi la possibilità di dedicargli per sempre la mia vita. Piano piano mi sono ristabilita completamente, e da allora sono diventata un tipo forte e resistente. Nonostante però stessi meglio, la mia intima ribellione continuava minando continuamente non tanto la mia salute fisica quanto quella spirituale. Molte mie amiche si erano nel frattempo sposate – da noi l’età media per il matrimonio è, per la donna, 15 o 16 anni – ed anch’io avrei voluto formarmi una bella famiglia, con molti figli. Ma la volevo diversa: non sapevo neppure io come, ma diversa. Intanto, dopo aver trovato un lavoro nella produzione di artigianato locale – lavoro col quale contribuivo a sostenere la mia famiglia -, di sera ho incominciato a studiare, e a 19 anni ho finalmente conseguito la licenza elementare. In Europa sembra poco o nulla, ma da noi era una conquista. Continuavo a vedere le ingiustizie che si commettevano soprattutto nei confronti degli indigeni, e mi sentivo spesso schiacciata da questa situazione: anche sacrificando tutto di me, non capivo come fare per ottenere qualcosa che avrebbe potuto aiutarli. Una risposta mi sarebbe arrivata di lì a poco ma in modo estremamente diverso da quello che mai avrei pensato. Un giorno, infatti, una mia amica di studio e di lavoro, mi ha invitato ad una manifestazione che si teneva in quella zona: era il Familyfest del ’94, indetto dal Movimento dei focolari locale, di cui non avevo mai sentito parlare. Ci sono andata. C’erano meticci e qualche bianco: di indigene eravamo solo noi due, un po’ titubanti e spaesate. Una ragazza, bianca e bionda – ho saputo dopo che era spagnola – ci ha accolte con normalità, stabilendo subito con noi due, come d’altrondeinvitato ad una manifestazione che si teneva in quella zona: era il Familyfest del ’94, indetto dal Movimento dei focolari locale, di cui non avevo mai sentito parlare. Ci sono andata. C’erano meticci e qualche bianco: di indigene eravamo solo noi due, un po’ titubanti e spaesate. Una ragazza, bianca e bionda – ho saputo dopo che era spagnola – ci ha accolte con normalità, stabilendo subito con noi due, come d’altronde con tutti, un rapporto semplice e di cordiale amicizia. Eravamo sorprese, e siamo rimaste per l’intera manifestazione, che presentava esperienze di vita famigliare. Si è perfino fatta una colletta per aiutare degli indigenti, ed io ho subito dato tutto quello che avevo, assieme ad un biglietto nel quale chiedevo come fare per mantenermi in contatto. Per la prima volta, dopo gli anni dell’infanzia, mi sentivo felice. Perché? Poco tempo dopo quella gente è venuta a casa a trovarmi, per niente a disagio per l’ambiente povero e disadorno nel quale potevamo accoglierle, e del quale io mi vergognavo un po’. L’amicizia è continuata, condivisa anche dai miei familiari, finché mi è stata fatta la proposta di recarmi a lavorare in un centro per incontri del movimento a Città del Guatemala: c’era da badare alla manutenzione della casa, da accogliere i visitatori, da preparare i pasti”, ed occorrevano braccia. Poi il salto: visto che l’esperienza era stata molto positiva, sono stata invitata a ripeterla in Messico, nella cittadella El Diamante. Mio padre ne era entusiasta, la mamma un po’ meno. È stata l’esperienza che ha impresso una svolta decisiva alla mia vita. In Messico, vivendo con altre ragazze della mia età tutte impegnate a vivere per un ideale di amore e di unità, ho imparato a diventare più cristiana. Questo non perché vivessi con delle sante canonizzate ma perché ci si esercitava nell’amore scambievole come Gesù ci aveva proposto, ad esempio ricominciando sempre dopo i piccoli inevitabili scontri dei diversi temperamenti, abitudini e formazione culturale che ognuno di noi aveva. Io, ad esempio, avevo ereditato dalla mia cultura una durezza di espressioni che a volte spaventavano le mie compagne: lavoravo molto, parlavo poco, non scherzavo mai. Al contatto con altri caratteri, spesso gioiosi ed estroversi, ho mollato le mie riserve” Per far contenta qualche amica, ho perfino provato a cambiare il modo di vestire, indossando per la prima volta un paio di pantaloni. Bisogna essere maya per capire cosa significhi! Ho anche ripreso a studiare, diventando segretaria d’azienda. Confesso che ho fatto fatica ad inserirmi in metodi per me inusuali di studio; ma ci sono riuscita, sostenuta anche dalle mie amiche che condividevano ogni mio sforzo ed ogni mia conquista. Era un’altra Moria, quella che, tornando a casa a trovare la famiglia, rivedeva il suo ambiente e le condizioni sociali della sua gente. Una Moria che ora aveva trovato in sé, a contatto col vangelo vissuto, la carica per fare breccia anche tra i suoi maya. Mi sono fatta precedere da una lettera di richiesta di perdono per i miei passati atteggiamenti di giudizio e di rancore verso mio padre, dicendogli che mi ero resa conto del dono che Dio mi aveva fatto dandomi una famiglia che non avrei cambiato per nessuna cosa al mondo.

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