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Persona e famiglia > Felicemente

La forza di fermarsi: abitare il limite per scoprire nuove priorità

di Dorotea Piombo

- Fonte: Città Nuova

Sopraffatti dal lavoro e dalla frenesia, ignoriamo i segnali del corpo fino al burn-out. Fermarsi e riconoscere i propri limiti permette di ritrovare autenticità e dare valore alla qualità della presenza

Cartello di “stop”. Foto di Petra Reid da Unsplash.

Oggi viviamo immersi in una cultura della performance che non ammette soste. Ci sentiamo obbligati ad essere sempre efficaci, pronti e risolutivi. A volte avvertiamo la sensazione che corpo e mente non vadano alla stessa velocità, recitando una parte nel teatro della vita, perché l’autenticità, che include anche le nostre fragilità e debolezze, potrebbe non essere accolta e rispettata dal mondo in cui viviamo. Ma cosa accade quando la stanchezza non è più solo un segnale di fatica, bensì un muro invalicabile? Cosa ci sta dicendo quel malessere improvviso che ci costringe a letto proprio quando avevamo mille scadenze da rispettare?

Per dare un volto e un nome a questa dinamica, vorrei raccontarvi di Ely, una donna che, come molti di noi, ha cercato di ignorare i segnali del proprio corpo fino a quando il corpo stesso non ha deciso di “parlare” per lei.

Proviamo ad immaginare la sua storia: Ely fissava lo schermo del registro elettronico come se fosse un muro invalicabile. Attorno a lei, il brusio della sala professori sembrava un rumore metallico, lontano. In quel momento, il peso di documenti da completare, delle verifiche da correggere e della gestione quotidiana di una classe complessa non era più una sfida stimolante, ma un macigno sul petto. Ely stava sperimentando il volto sbiadito del burn-out: quel limite invisibile in cui la dedizione si trasforma in sofferenza. Per settimane, Ely aveva ignorato i segnali: l’insonnia, la gastrite, quella stanchezza che nessuna notte di sonno sembrava scalfire. Come psicologa, osservo spesso come l’individuo tenda a costruire quello che Donald Winnicott definiva un “falso sé”: una maschera di efficienza e compiacenza costruita per rispondere alle richieste del mondo esterno (colleghi, istituzioni, aspettative sociali). Quando il “falso sé” prende il sopravvento, il “vero sé” – la nostra parte più autentica e anche fragile – può vivere una certa sofferenza, inviando segnali attraverso il corpo. Il malessere di Ely era il grido di aiuto del suo “sé” più vero che chiedeva di essere ascoltato.

La nostra cultura della performance ci ha insegnato che fermarsi è un atto di debolezza. Eppure, il limite ha una funzione trasformativa. Viktor Frankl sosteneva che l’uomo non è libero dai condizionamenti (siano essi biologici o sociali), ma è sempre libero di prendere posizione nei loro confronti. Abitare il limite, per Ely, ha significato smettere di subire la stanchezza come una condanna e iniziare a viverla come uno spazio di scelta. In quel pomeriggio di “resa”, ferma in silenzio, ha ricalibrato la sua bussola interiore. Ha capito che la sua sofferenza non sarebbe stata vana se avesse colto l’occasione per ridefinire il significato del suo agire: non più una corsa verso l’adempimento, ma una ricerca di valore.

C’è un valore pedagogico immenso nel mostrare i propri confini. Se noi adulti, docenti e professionisti, ci mostrassimo come macchine infallibili, consegneremmo ai giovani un modello educativo poco sostenibile e non realistico. Insegnare che è lecito fermarsi, che il dolore ha diritto di cittadinanza, è forse la lezione più importante che possiamo dare a chi ci sta accanto. Possiamo mostrare ai giovani che l’umanità non risiede nella perfezione, ma nella capacità di stare dignitosamente nelle proprie crepe.

Ely è tornata a scuola con un passo diverso. Ha imparato a dire dei “no” per poter dire dei “sì” più autentici. Ha scoperto che la qualità della sua presenza valeva più della quantità delle sue prestazioni. Dobbiamo ricordare che fermarsi non è perdere tempo, è ricalibrare la rotta. È nel silenzio della sosta che si sente di nuovo la voce dei nostri desideri, quelli che la frenesia tende a soffocare.

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