La forza del gruppo

In corso a Vancouver le Olimpiadi invernali. Intervista con la ginnasta Elisa Santoni.
Sport
Dopo essere state private di una medaglia olimpica, nel 2009 le ragazze della ritmica italiana hanno vinto il titolo mondiale. La loro capitana ci spiega come. «Se avessimo sbagliato ci saremmo prese le nostre responsabilità. Invece abbiamo fatto una bellissima gara, forse tra le migliori mai disputate, e il risultato finale non ha assolutamente rispecchiato quello che si è visto in pedana».

 

Elisa Santoni, romana, 22 anni, è già da alcuni anni la capitana della nazionale italiana di ginnastica ritmica. Dopo un crescendo continuo di risultati, tra cui spiccano la prima storica medaglia olimpica (argento ad Atene 2004) e il titolo mondiale conquistato nel 2005, le nostre ragazze erano indicate tra le formazioni favorite alle Olimpiadi di Pechino 2008. Invece…

Invece, a Pechino qualcosa è andato storto. «Nelle ultime gare prima delle Olimpiadi eravamo sempre salite sul podio. In Cina, però, sono accadute cose un po’ “strane” e alla fine ci siamo trovate quarte. Certo, nel nostro sport bisogna mettere in preventivo risultati che non rispecchiano fedelmente quello che fanno le atlete in pedana. Ma quando esegui un esercizio come il nostro, quasi perfetto, e alla fine ti ritrovi fuori dal podio olimpico, non puoi che rimanere amareggiato».

Effettivamente in quella circostanza le azzurre furono penalizzate dai giudici che, al termine della gara, andarono anche a baciare e a battere le mani alle ginnaste russe e cinesi, allontanando gli operatori televisivi che inquadravano le nostre atlete in lacrime!

 

Elisa, seppur giovanissima, ha però già sperimentato sulla propria pelle che le avversità non sono infrequenti, nella vita come nello sport. A soli nove anni, infatti, un intervento al cuore che l’ha tenuta un anno distante dalle pedane sembrava impedirle di poter continuare a praticare attività agonistica. Lei non si arrese e, dopo una lenta ripresa fatta di dubbi e paure, è tornata alle gare ancora più convinta di prima. Così come ha fatto quest’anno, dopo la delusione olimpica, insieme alle proprie compagne.

«Allenarsi intensamente e vedere poi sfumare in quel modo il tuo sogno il giorno dell’Olimpiade è dura. Non è stato facile ritrovare le motivazioni per rientrare in campo. Poi è nata la voglia di riscattarci, ci siamo rimesse in gioco, e i risultati sono arrivati». Così, lo scorso settembre, Elisa e le sue compagne hanno conquistato il titolo mondiale e sono quindi riuscite a mettersi al collo quella medaglia che a Pechino era stata loro tolta.

Per arrivare sul tetto del mondo sono state necessarie rinunce, disciplina, impegno. Anni trascorsi lontano da casa, sin da quando avevano 14 anni, in una sorta di raduno permanente a Desio, sede del centro nazionale della ritmica italiana. Ogni giorno otto ore di allenamento a provare e riprovare esercizi pieni di traiettorie incredibili con palle o clavette, sventolando nastri o passando in mezzo a cerchi come dei saltimbanchi. E poi, terminati gli allenamenti, subito in albergo a studiare. «È dura, ma ne vale la pena», ci dice Elisa sorridendo.

 

Conversando con lei scopriamo però che c’è un altro segreto dietro questo immediato “riscatto”: il particolare affiatamento del gruppo. Sia fuori che dentro la pedana. «Per me sono come delle sorelle, quando sto lontano da loro ne sento la mancanza. Tra di noi c’è un rapporto che va oltre il semplice fatto di essere compagne di squadra. E questo poi si vede anche in gara, dove occorre essere praticamente cinque gocce d’acqua. L’esercizio finale, infatti, è il frutto di un lavoro molto minuzioso, dove ognuna di noi può esprimere le sue specifiche qualità: c’è la ragazza più espressiva e c’è quella più dotata fisicamente. Non c’è una sola protagonista, ma un insieme, dove ciascuna ha un ruolo che la rende indispensabile per il resto della squadra».

Complicità, stima e fiducia reciproca, un gruppo dove nessuna conta più delle altre. Un gruppo che ha mostrato la sua forza proprio nell’essere unito.

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