La persona è fine, elegante, riservata, taciturna. La luce che brilla nei suoi occhi è chiara, ma rimanda ad un vuoto, una non-domanda, ad uno smarrimento che non si vuole aprire. Meursault, impiegato diligente, cortese con l’anziano vicino che ha perso il cane, con l’altro uomo che picchia l’amante “indigena”, vive in una Algeri dominata dalla Francia negli anni Trenta: una città bianca, assolata, sotto un sole accecante e implacabile che stanca il giovane trentenne, in una società chiaramente razzista.
Lui vive in un presente-assente, indifferente a tutto. È un estraneo. Al telegramma che gli annuncia la morte della madre nell’ospizio dove lui l’ha collocata, al funerale dove «non versa una lacrima» ‒ come gli verrà rinfacciato ‒, alle nuotate con Marie, la dattilografa che lo ama, con cui il rapporto anche fisico è carnale ma non di cuore. Lei gli chiede di sposarsi. Lui non ci crede ma è disposto a farlo per lei. «Perché? ‒ gli chiede la ragazza ‒. Il matrimonio per me non significa niente». «Ma tu mi ami?», chiede ancora Marie. «Mi ami? ‒ fa lui ‒. Non significa niente».
Quando il superiore al lavoro gli offre la possibilità di ritornare a Parigi e fare carriera, egli rifiuta. «Sto bene qui. E poi cambiare vita? Non saprei. Tutte le vite sono uguali», risponde, lasciando sconcertato il superiore.
Niente, nulla sono i termini che si rincorrono nei dialoghi scabri. Nulla sembra smuoverlo da una routine algida, impeccabile. Meursault non è né allegro né triste, né felice né infelice. È di fatto indifferente a tutto, si direbbe un alienato dal mondo in una città che nel biancore accecante, nel suo incrocio di razze, nell’esibito razzismo, lo separa da tutti.
Questa vita tanto apatica viene rotta improvvisamente da un omicidio in quella che si prospettava una giornata serena: sotto un sole stordente, egli uccide un giovane arabo senza motivo, istintivamente esplode in modo irrazionale, lui così controllato.
C’è il processo in cui lo si accusa non per l’uccisione dell’arabo ‒ qui emerge la dolente figura della sorella dell’ucciso –, ma per la sua dis-umanità, per non “aver pianto al funerale della madre”. La speranza dell’assoluzione è vana, egli accetta la condanna senza difendersi. Non ha spiegazioni per il suo atto se non nell’abbaglio del sole.
In carcere attende la ghigliottina. Ultimo incontro con Marie “libera di amare un altro uomo”, e con un prete insistente che a lui, ateo, chiede di pentirsi davanti al giudizio di Dio. «L’ho già avuto quello degli uomini, mi basta». Il Dio che il prete gli presenta è un giustiziere, il giovane esplode e il prete se ne va, sconfitto e stordito. Ora Meursault desidera morire, sarà libero.
Il film, tratto dal romanzo di Albert Camus del 1942, assai celebrato, e già riletto da Visconti nel 1967 in un film imperfetto, è avvicinato con molte libertà – fra cui il timbro visionario del mare, del cielo, del finale ‒, da Francois Ozon che accentua anche l’aspetto del colonialismo e del razzismo, assai attuale.
Ma attualissimo è Meursault, giovane abulico e solo, apatico eppure internamente desideroso di felicità, risolto in un nichilismo estremo, in una indifferenza universale che non trova risposte, né le cerca. E che ci appartiene anche oggi.
Girato in un raffinato bianco e nero, indugiante nei corpi sensuali, nelle violenze rapide, nella natura bruciante, con un ritmo deciso, una luminosità evaporante, si sofferma sui volti. Degli “indigeni” come la sorella del giovane ucciso, dei vicini di casa, di Marie (Rebecca Marder, intensissima) di una dolcezza pulita, e del protagonista Benjamin Voisin i cui primi e primissimi piani rendono l’essenza umana e psicologica di un uomo “indifferente”.
Egli non ha spiegazioni su nulla, né le chiede. Veste sempre di bianco, ama la sua solitudine, vive l’attimo, nessuna certezza né chiesta né data. Un filo di speranza tuttavia potrebbe sorgere infine, quando la vita di questo “straniero”, o meglio “estraneo” da tutto e da tutti diventa dramma che nonostante tutto lo potrebbe far ri-nascere.
