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Cultura > Cinema

La fiera delle illusioni

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

È l’ultimo film del regista visionario messicano Guillermo Del Toro. Dove può portare l’idolatria del denaro.

Ha vinto il Leone d’oro e l’Oscar con La forma dell’acqua, nel 2018. Ora, dopo qualche anno di assenza, Del Toro ritorna sugli schermi con Nightmare alley-La fiera delle illusioni, dal romanzo di W.L. Gesham del 1946, già approdato decenni fa con Tyrone Power. Un cast strepitoso – Bradley Cooper, Cate Blanchett, Toni Colette, Rooney Mara, fra gli altri – per un racconto visionario e a tratti orroristico dal forte contenuto esistenziale e, se si vuole, morale.

Stanton (Cooper) è un giovane che ha bruciato, e non solo metaforicamente, il suo passato, compresa la famiglia e la terra d’origine. Cerca una vita nuova, va alla avventura. Si imbatte in un circo, ed è subito attratto dai vari “numeri” degli spettacoli: numeri che poi corrispondono a persone, dalla donna “elettrica”, al prestigiatore, dall’uomo-bestia, al mago che gioca con la mente della gente, la quale in fondo desidera sapere come superare il dolore e l’ansia. Cerca sicurezza negli anni Trenta americani, quelli della Depressione.

Si innamora della donna elettrica, gentile, vulnerabile, appassionata – come la Gelsomina de La strada di Fellini – e parte con lei verso una nuova vita: sarà il mago delle illusioni, grazie alla sua capacità intuitiva, ai trucchi, e ai rudimenti di psicologia mentale che ha imparato. È un imbroglione e lo sa, ma i trucchi funzionano, gli aprono le porte dei super ricchi afflitti dai rimorsi, dalle paure, dalle sofferenze che non rivelano a nessuno.

In più c’è l’incontro con una psicologa fredda e capace (Cate Blanchett), seduttiva e intraprendente che si mette con lui in affari e lo aiuta nella scalata al successo, vedendo come all’uomo interessi solo il denaro e non certo l’amore. Lo inganna, senza che lui se ne accorga.

Ma la vita vera si prende le sue rivincite, il trucco viene scoperto, il successo frantuma rumorosamente e arriva la morte: dell’amore, dei soldi, della moralità. L’uomo è un essere ridotto quasi allo stadio primitivo dal naufragio delle sue illusioni, fondate sul nulla egocentrico. È stato tutto un inganno: in fondo, la gente cerca dai maghi, dagli illusionisti, dagli psicologi quello che già intimamente sa.

Il regista è abilissimo a mescolare le carte, a far credere allo spettatore che tutto funzionerà, che il giovane deciso e senza scrupoli perderà l’anima (ma già l’aveva persa all’inizio) in favore del dio denaro, tentando la carta dell’onirico, del grottesco e del surreale (certe atmosfere dark nel cimitero o nella città, certe nevicate “ambigue” sono straordinarie). Ma poi porta lo spettatore nel cuore della vicenda: l’amore di sé conduce alla distruzione di sé, e non solo.

Film neobarocco di grande suggestione, di dialoghi tesi e giusti con battute fulminanti, e ancora più silenzi parlanti, di attori all’altezza, va visto tutto d’un fiato, perché il ritmo è agile e le immagini seduttive. Della serie, quando la fantasia è capace di scendere negli angoli più riposti dell’essere umano, capace nella sua libertà anche di ingannare sé stesso. Ma anche quando il cinema guarda alla purezza dell’amore e alla capacità di non farlo sporcare, come nella tenue e decisa figura della donna elettrica (Rooney Mara).

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