La fiaba d’un uomo al castello

In libreria il libro di Vàclav Havel, ex presidente della Repubblica ceca e drammaturgo di fama mondiale, che si mette a nudo.
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Un uomo. Una parola quasi banale. Ma che identifica una persona libera. Virilmente, pensosamente, libera. Specie assai rara, coi tempi che corrono. Václav Havel si può fregiare di questo titolo: un uomo. Bambino di famiglia borghese, assistente di laboratorio, recluta, macchinista di teatro, drammaturgo, dissidente, carcerato, presidente, pensionato, fenomeno pubblico ed eremita, presunto eroe e fifone segreto. Non ha mai inseguito la gloria, eppure è stato quattro volte presidente della Repubblica; non ha mai compiaciuto i potenti e le lobby politiche e culturali dominanti, eppure ha ricevuto innumerevoli premi, riconoscimenti, lauree ad honorem. Così lo descrive Angelo Bonaguro nella postfazione del recente libro, Un uomo al Castello (Ed. Santi Quaranta). Così Havel definisce sé stesso nel titolo di questo libro-intervista- diario nel quale si confida ad alta voce con estrema lucidità e coraggio: parla della Rivoluzione di velluto del 1989; rivela le sue più profonde riflessioni sul potere, sulla globalizzazione, sul ruolo dei partiti e delle istituzioni; ci mette a parte dei risvolti intimi della sua vita privata. Un castello. Nel complesso, il Castello, come appariva da lontano, corrispondeva all’aspettazione di K. Non era un vecchio maniero feudale né un palazzo nuovo e sontuoso, ma una vasta costruzione, composta da pochi edifici a due piani e molte case basse serrate l’una contro l’altra. Chi non avesse saputo che era un Castello, l’avrebbe scambiato per una piccola città. Così, nel celebre romanzo, Franz Kafka, compatriota di Havel, descrive il Castello di Hradcany, simbolo di Praga. Ancor oggi mèta di turisti che non vogliono perdersi il tradizionale cambio della guardia davanti ai cancelli ogni ora dal mattino alla notte, con le fanfare e lo scambio delle bandiere a mezzogiorno. Edificato nel nono secolo, il castello fu laboratorio d’alchimia per il famoso imperatore Rodolfo, poi, dal 1918, fu residenza del presidente della Cecoslovacchia. In questo castello Havel è diventato presidente della nuova Cecoslovacchia uscita dal tetro torpore del regime comunista; qui è stato riconfermato nel luglio 1990; qui, dopo la scissione del Paese, è stato eletto due volte a presidente della Repubblica ceca, che ha guidato fino al 2003. Sempre nel castello reso immortale da Kafka. Ed è tornando in questo castello, dopo un lungo soggiorno negli Usa, che Havel decide di raccontarsi, tra pagine di diario, appunti inediti e un’intervista audacemente sincera, nella quale mostra un malinconico disincanto ogni tanto condito da una sottile vena di humour. Sono qui da solo e l’angoscia mi assale. Tutto qui mi richiama alla memoria i decenni passati… Sono più vecchio, più malato, più stanco… Così, alla fine devo pormi la domanda, se tutto questo – che cioè una persona pacifica debba vivere una vita così avventurosa – non dipenda solo dal fatto che la vita stessa, anche la più normale e la più insignificante, è un miracolo incredibile. Una favola, ora bella, ora emozionante e qualche altra volta terribile. Egli guarda con nostalgica simpatia ai tempi della gioventù quando scriveva teatro, cucinava e trascorreva intense e allegre serate clandestine con gli altri dissidenti del regime. Ricorda i momenti in cui è stato tentato dal rifugiarsi in uno dei tanti gusci in cui è possibile vivere con un po’ di felicità, una vita normale e in un certo senso dignitosa, ma la tragedia degli eventi che coinvolgevano il suo popolo gli ha sempre imposto il dovere morale di non chiudersi in se stesso per responsabilità verso la propria persona e il proprio Paese. Amava raccontare questa metafora: Il direttore del negozio di verdura ha messo in vetrina fra le cipolle e le carote lo slogan: Proletari di tutto il mondo unitevi!. Io penso che per la stragrande maggioranza dei verdurieri si possa supporre che in linea di massima essi non riflettono sul testo degli slogan esposti nelle loro vetrine… Questo slogan ha la funzione di segnale e come tale trasmette un messaggio preciso, anche se segreto. A parole suonerebbe così: Io, verduriere XY, sono qui e so che cosa devo fare; mi comporto come ci si aspetta che mi comporti; di me ci si può fidare e non mi si può rimproverare nulla; io sono ubbidiente e ho quindi diritto a una vita tranquilla… Immaginiamo ora che un bel giorno qualcosa si ribelli nel nostro verduriere e che egli la smetta di esporre gli slogan… e trovi in sé la forza di solidarizzare con quelli con cui la sua coscienza lo porta a solidarizzare. Con questa ribellione il verduriere esce dalla vita nella menzogna; rifiuta il rituale e viola le regole del gioco; ritrova la propria identità e la propria dignità soffocata; realizza la propria libertà. La sua ribellione sarà un tentativo di vita nella verità. Havel ha tentato di vivere così. Ben consapevole – come diceva Kafka – che ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia egli ha accettato d’essere presidente e traghettare il suo Paese verso l’Occidente per lavorare per ciò che è positivo ed impedire ciò che è negativo . Quando viene sancita la fine del regime comunista, egli inaugura il faticoso ritorno alla democrazia, con queste parole: La politica non può essere solo l’arte del possibile, ossia della speculazione, del calcolo, dell’intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici, ma che piuttosto sia l’arte dell’impossibile, cioè l’arte di rendere migliori sé stessi e il mondo. Havel fu il fautore della rivoluzione delle menti e dei cuori, del paradosso della politica non politica, dove spirito e humanitas precedono la politica, l’idea precede l’azione, e il carattere democratico delle istituzioni dipende dalla democraticità di chi le guida. Nell’intervista afferma: In un discorso avevo sostenuto: lo Stato è opera dell’uomo, l’uomo è opera di Dio. Volevo semplicemente dire che la difesa dell’uomo è un dovere più alto del rispetto verso lo Stato. Ora, dopo anni di politica, si lascia andare a considerazioni più amare: Viviamo nel mondo degli intermediari e degli intermediari degli intermediari, dei lobbisti, dei consulenti degli agenti di public relations; uno è pagato da un altro per mettere in contatto qualcuno con qualcun altro in modo che costui paghi un terzo per fargli conoscere qualcuno che lo possa consigliare per trarre profitto da qualcosa che un altro ha inventato. Se siamo sempre gli stessi, come è possibile che abbiamo sempre più intermediari? Mi stupisco come tutti abbiano accettato questo mondo di mediatori e soprattutto che io abbia potuto svolgervi una funzione politica quando tutto ciò mi è così estraneo e non mi ci riconosco affatto. Ma nonostante queste riflessioni, la sua speranza rimane alta. Essa si fonda sulle nuove generazioni, che credono nella libertà e vogliono entrare nel difficile mondo della politica concreta. Per quanto riguarda sé stesso, confida: Pagherò tutto caro, ma sopporterò egualmente e continuerò a inquietare quando sarà necessario. Non mi resta che chiudere questa mia previsione e contemporaneamente questa intervista con il tentativo di evocare l’ultimo e il più paradossale paradosso della mia vita: ho il sospetto di essere fortemente affascinato da questa mia vita paradossale. Perché non so che altro potrei aggiungere se non che oggi sono più vecchio e quindi – spero – più umile. Insomma, anche fuori del castello, la fiaba dell’uomo Havel continua.

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