La febbre

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D’Alatri è un regista che sa apparire al momento opportuno. La febbre, suo quinto film, esce infatti in un’Italia malata di mediocrità, di sogni frustrati, di politica lontana dalla vita reale; di giovani che si chiedono non come inserirsi nella società – com’era negli anni Settanta – ma se la vita stessa abbia un senso. Girato in provincia, a Cremona – mai così bella vista dall’alto (come tutta l’Italia, dirà un bravissimo Arnoldo Foà in un cameo dedicato al presidente Ciampi) – narra la storia di Mario Bettini, geometra sui trent’anni, ricco di idee, col sogno di aprire un locale con i propri amici. Per quel sogno è disposto a tutto, anche ad accettare un posto al Comune, dove s’imbatte con la vita della burocrazia fatta di gelosie, frustrazioni e di piccole vendette: il quadro di un’umanità irrealizzata che non crede ai sogni dei giovani. Mario, pur tra contraddizioni e incomprensioni, non demorde: una storia d’amore, la poesia, la ricerca di un senso, trasformano il sogno del locale in quello di un paese libero dove si viene valutati per le proprie capacità e si finisce per amare, nonostante tutto, la vita. Film cesellato tecnicamente e artisticamente, il lavoro è percorso da un’ironia agrodolce (la nostra cifra cinematografica, secondo il regista), leggera e a tratti umoristica che rende facile il passaggio fra i vari registri. Dai momenti poetici – la notte sui campi, la meditazione visiva sulle tombe dei grandi poeti e scrittori -, a quelli amorosi – finemente accennati più che descritti con un ricordo della Venere allo specchio del Velàzquez -; dalle sequenze riflessive – l’ingresso nel duomo dove la madre canta nel coro sotto un Cristo che grida -, a quelle surreali – l’incontro col padre e la folla di morti, ripreso dalla tela di Pelizza da Volpedo, ma anche dal Fellini di Otto e mezzo – fino al dramma. Che D’Alatri narra senza enfasi, si direbbe con naturalezza: il litigio con la madre, la solitudine nel cimitero, con il tema della morte che ritorna più volte(Ma c’è qualcosa dopo?, chiede Mario al collega; e lui Chi lo sa? Non si può mai stare tranquilli…), l’incomprensione degli amici, lo scontro col capoufficio (ritratto forte del demone dell’invidia)… Certo, in qualche momento, il film cede al didascalico e al dire troppo, ed il finale aperto alla vita, alla possibilità del sogno, può apparire troppo speranzoso, dopo un’analisi – delicata fin che si vuole ma senza tregua, quasi per una rabbia d’amore per l’Italia – sulla febbre che attraversa il Belpaese. Ma, a ben vedere, e seguendo l’onda di un personaggio straordinario inventato dal regista e cioè Bicio, l’amico-coscienza di Mario (un perfetto Thomas Trabacchi), personificazione della libertà interiore di chi non rinuncia ai sogni, risulta coerente. Opera dunque che, nel filone della commedia nostrana, diverte ma punge, La febbre – che forse va letta anche su vari livelli – regge su un Fabio Volo in stato di grazia, naturalissimo e vero come la fine Valeria Solarino, e tutto il cast, anche di attori non professionisti. Molto suggestivi la fotografia di Italo Petriccione e il mix di musiche variegato, dai brani verdiani in versione corale e bandistica ai pezzi di Barovero, Paci, Fabbroni e ai bravissimi, originali Negramaro. Regia Alessandro D’Alatri; con Fabio Volo, Valeria Solarino. Due parole con… Alessandro D’Alatri Cos’è La febbre nel tuo percorso filmico? È il mio film più lavorato, come tecnica e come arte. Oggi preferisco fare cose più a favore che contro, credere più ai testimoni – come diceva Paolo VI – che ai maestri. E io vorrei vederli per credere a loro, perché la vera rivoluzione – dopo il crollo delle ideologie – è esser testimoni di ciò che si fa e si dice. Questo chiede il film. Ma chiede anche di riprendere coraggio, pure noi del cinema, di non venire contagiati da una febbre che ci debilita, ci toglie la fiducia in noi stessi. Oggi siamo stressati dalla dittatura dell’ora, dell’adesso, non abbiamo più sogni. C’è il terrore di sbagliare, ma con questo non si va avanti. Nel film si parla molto di poesia. Si citano i versi di Amore dopo amore di Derek Walcott… Oggi non ascoltiamo più i poeti, i loro versi essenziali. Se li ascoltassimo, andrebbe certo meglio. La febbre può dirsi un film politico? Beh, è impossibile non fare cinema politico, perché ogni espressione è politica. Certo oggi questa non si interessa dei problemi del pianerottolo, della vita concreta della gente; io lo faccio capire nel film, invitando a ridare dignità al lavoro, a rivestire di un senso non mediocre il classico tengo famiglia: che per me significa: ho famiglia, quindi in nome del bene delle persone che amo rischio, punto sul divenire C’è un personaggio diverso, Bicio. Chi è? Bicio è il sano distacco dal disordine quotidiano, colui che paga la scomodità delle scelte. Conosco gente come lui, ha il coraggio dell’impopolarità e può guardare la vita a testa alta. Ma pure il protagonista, Mario, alla fine, non è uno che fugge o uno sconfitto, ma uno che ha raggiunto la speranza e la vita. Qual è la febbre di Alessandro D’Alatri? Le mie febbri sono la famiglia, al primo posto, il cinema, le macchine da corsa… le cose belle, la vita. Sono entusiasta delle cose che mi circondano. …e con Fabio Volo Chi è Mario? È uno che prende il coraggio di non piacere. Intorno a noi sempre c’è gente che ci vuole in un certo modo: per essere accettati, amati, si fa un po’ come loro vogliono. È il mondo della provincia, lo conosco, sono bresciano. Mario decide di non esser più spettatore della vita degli altri, ma si accetta, per essere felice personalmente. Penso che se uno riesce a prender luce da sé stesso, poi la fa cadere su tutti. Si può portare la luce anche in un Comune! .

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