La favola di Sandi

Sentite questa. Lei è una ragazzotta scozzese innamorata della musica: il soul di Stevie Wonder e Aretha Franklin, le canzoni di Bob Dylan e quelle di Carol King, ma anche il rock psichedelico, il punk e sacco di altra roba: se stai alla periferia del mondo tutto fa brodo per provare almeno a sognarne il centro. Ma Sandi Thom, come molti dei suoi coetanei, non si accontenta di ascoltarla, la musica; comincia a scriverla facendo il verso a questo e a quello naturalmente, sbattendosi di qua e di là a caccia della persona giusta in grado d’offrirle un biglietto per l’Olimpo delle star. Peccato che nel Terzo Millennio, le cose ben di rado di rado funzionino ancora così. È dura per chiunque voglia provare a portar fuori le proprie canzoncine dalla sua cameretta, figurarsi per la figlia di un pescatore che abita in un paesotto chiamato Banff. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Sandi comincia dal gruppo gospel della sua parrocchia dove suona il piano e l’organo, poi mette su una band e comincia a girare per la regione. Le solite cose: pub tenebrosi, qualche festa privata, i soliti matrimoni. Finché il suo insegnante di canto le suggerisce d’approfondire la materia, e di iscriversi all’Institute of Performing Arts di Liverpool. Lei è ancora una ragazzina timida, col cuore ingolfato di sogni e la testolina piena di paure, ma decide di provare a far le cose sul serio. Si diploma, ma non succede granché. Tornata a casa, mette insieme un po’ di soldi e, come da copione, produce il suo primo demo e riprende ad esibirsi dal vivo. Riesce perfino ad ottenere un contratto per una piccola etichetta, la Viking Legacy che le consente di pubblicare il suo primo e per ora unico album: Smile… it confuses people. Fin qui una storia come tante. Una vita raminga fatta di concerti malpagati, conti perennemente in rosso, qualche lavoro precario per tirare avanti. Così Sandi Thom decide di trasferirsi: un minialloggio a Tooting, un sobborgo a sud di Londra: un altro passetto verso il centro del mondo… Siamo all’inizio di quest’anno. È notte fonda, lei sta viaggiando da York al Galles. Le si scassa la macchina e resta bloccata in quell’angolo sperduto per un paio di giorni: Sant’Iddio, ci sarà pure un altro modo di fare le cose!, pensa. Ed è proprio lì, nel pieno dello sconforto dei perdenti, che a Sandi viene l’idea che le cambierà la vita. Appena torna a casa, mette su un rudimentale sito su Internet, compra una web-cam da sessanta sterline e la piazza nella cantina di casa: d’ora in avanti i suoi concerti li farà da lì. Al primo sono collegati non più di una settantina di persone; ma Internet è un tam-tam dove le notizie e le novità corrono alla velocità della luce, e da un capo all’altro del pianeta. Dopo qualche settimana, l’ultima data del suo tour virtuale è seguita da oltre 70 mila navigatori da tutto il mondo, compresi Stati Uniti, Russia e Nuova Zelanda. L’idea funziona, dunque. Perché nel Terzo Millennio il centro del mondo può essere finanche sotto le proprie suole. Ma come in tutte le cose, occorre anche un po’ di fortuna… Di lì a poco, il direttore artistico della prestigiosa major Rca è intervistato dai ragazzi di una scuola superiore: sta parlando delle potenzialità del web come veicolo per sviluppare e promuovere la propria creatività, quando uno dei ragazzi cita l’esempio di Sandi Thom. Ed il gioco è fatto: neanche due settimane dopo, Sandi firma un contratto con la Rca davanti alla stessa webcam che le aveva portato tanta fortuna, diventando così il primo caso di contratto discografico firmato in diretta sul web. Nel momento in cui scrivo il suo disco sta cominciando a vendere bene (Italia compresa); il nuovo singolo I wish I was a punk rocker è tra i più scaricati della Rete e gira sulle radio di mezzo pianeta; la fanciulla ha intrapreso il suo primo vero tour, addirittura negli Stati Uniti. Insomma, la bella favola della signorina Thom sembra fatta apposta per dare un po’ di speranza alle moltitudini di cantautori da cameretta e di sognatori da garage persi nei bassifondi d’ogni dove. Non è la sola: gruppi ormai lanciatissimi come gli Arctic Monkeys o Clap Your Hand Say Yeah, o solisti emergenti come Imogen Heap, ne raccontano di simili. Certo oltre alla grinta e alla fortuna occorrono talento, applicazione, cocciutaggine, e fantasia. Occorre soprattutto aver qualcosa di personale da dire, cercando di scrollarsi di dosso al più presto gli inevitabili scimmiottamenti dei propri modelli di riferimento.Ma la ventiquattrenne Sandi è qui a ribadire a tutti i perdenti del pianeta che per provare a vincere bisogna perlomeno giocare.

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