La favola cupa di un uomo che divenne un albero

Torna al Teatro San Ferdinando di Napoli l’epopea in versi di Mimmo Borrelli, uno spettacolo che racconta la deriva di uomini e donne di una comunità parentale e straniera, senza più sentimenti, né comunanze. Un viaggio alla ricerca dell'innocenza perduta

Sventrata la platea e prolungato il palcoscenico con un’ampia passerella che ingloba una parte degli spettatori e fuoriuscite laterali dal basso, la scena ci immerge in un mondo cupo, devastato, violato: una terra dove s’intrecciano e si confondono esseri dall’amore malato, innocenti e peccatori, ombre inquietanti che si proiettano l’uno contro l’altro, che invadono terreni di malaffare e di uccisioni nascoste.

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C’è un furore ancestrale, un magma ribollente di voci e suoni e canti e parole declamate, sussurrate, gridate, che fuoriescono come schegge incandescenti e bruciano corpi e anime, dissotterrano storie e ricordi di perdite e di morti, di vivi senza tempo, in un presente che sembra senza passato né futuro. E sono incubi quelli che accomunano uomini e donne, padri e figli e madri, fratelli e sorelle, di una comunità straniera e parentale senza più sentimenti né comunanze, che si fronteggia dentro un mondo arcaico, primitivo, barbaro, dominato da un pianeta precipitato sulla scena, scagliato su un’umanità alla deriva senza più civiltà, risucchiato nel vuoto delle coscienze e della memoria, e sovrastato, a tratti, dalle grandi ali di un grifone senza testa.

 

Con il visionario La cupa. Fabbula di un omo che divinne un albero – spettacolo pluripremiato e consacrato da un grande successo di pubblico e di critica nel 2018 – il 41enne autore, attore e regista Mimmo Borrelli, mette in atto una pratica scenica potentissima, anzitutto per la forza perturbante di una scrittura visionaria con i suoi 15 mila versi, di cui solo 2.500 selezionati, e recitati in un napoletano ostico ai più – quello della lingua flegrea della zona di Bacoli –, ma di un potere vocale e musicale incantatorio che non necessita della piena comprensione. La lingua stratificata tessuta da Borrelli, è un flusso ininterrotto d’idiomi, non sempre accessibile, ma fascinosa; una corrente vertiginosa di inflessioni terrigne, di arcaismi urtanti, di poetiche tossiche, che scorrono come tele di ragno tessendo vicende di oscenità nascoste, di malefatte riesumate, di lucide follie, per una discesa negli inferi di una coscienza ferita: quella del protagonista Giosafatte ‘Nzamamorte (colui che frega la morte), uomo che vive l’impossibilità di essere padre in un “munno vacante”, un mondo vuoto.

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Dell’intera vicenda dello spettacolo, della quale è quasi impossibile raccontare la trama per l’intreccio di personaggi e di storie evocate che si snodano in venti stazioni, si può dare solamente l’input. Alla morte accidentale di due figli e al successivo suicidio della moglie non sopravvissuta a tanto dolore, ‘Nzamamorte decide di mascherare, distruggere e nascondere la sua identità di padre. Cresce amorevolmente l’unica figlia rimasta, Maria, resa cieca ancora neonata dalla follia della madre, facendole credere d’essere suo fratello. Malato di un tumore, ‘Nzamamorte prima di morire vorrebbe farla sposare con Vicienzo Mussasciutto, figlio del malvagio Tummasino Scippasalute. Questi però spacciandosi per Vicienzo, col quale la ragazza aveva appuntamento, la violenta.

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La comparsa di Innocente Crescenzo, il figlio creduto morto di ‘Nzamamorte, tornato dopo una lunga assenza proprio per vendicarsi di Scippasalute essendo stato, a sua volta, da lui violentato come la sorella, stravolge gli eventi. Tutto si svolge su quel monte di pietra dove i “dannati” cavatori lavorano ed estraggono il tufo compatto: un terreno deformato e inzozzato di scorie che nasconde attività illecite di smaltimento di rifiuti tossici e altro, da dove saranno estratti i massi di una fitta trama di cose non dette, di bugie e illazioni, che diventa la metafora della madre violata dall’incoscienza dei padri.

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«Questo testo – spiega Borrelli – parla di cose enormemente attuali: pedofilia, incesto, violenza sulle donne e minori, uxoricidio, parricidio, figlicidio paterno, commercio di organi. Argomenti del tutto esposti alla realtà del presente, ma rispetto ai quali non sentiamo e percepiamo più orrore, avvinti come siamo da quell’assuefazione, dovuta al lucro dei mezzi televisivi e telematici che tali notizie diffondono». Nella stratificazione di significati e di argomenti attuali che le parole esprimono, è la voce a muovere il corpo e la visione, un incedere di pulsioni elementari che si scontrano con ferocia in un viluppo di terrori ancestrali, di passioni violente, di tenerezze e crudeltà, di luce e buio, di Male e Bene, sulle ammalianti ambientazioni sonore e fortemente evocative di Antonio Della Ragione collocato dentro la scena, che mixano tammurriate, orientalismi ed elettronica.

Fasciati come mummie, sporcati nei lunghi pastrani, calcificati negli abiti, quelli degli attori – un manipolo di magnifici interpreti forgiati nello scavo impietoso della parola – sono corpi percorsi da un attraversamento emotivo dal forte impatto viscerale, con, in primis, lo stesso autore, nonché regista febbrile, che si cala con altera fisicità nel ruolo padre. Quel padre che infine si trasformerà in albero: «… perduta l’unica fede che aveva – scrive nelle note il regista – muta trasformato da liquami nucleari e tossici, in una creatura enorme, un ciclope dalla pelle di corteccia, le lacrime di resina, il capo ricoperto di foglie secche e muschio. Per contrappasso si radica, mette quelle radici che un padre dovrebbe sempre saper imprimere». Dopo altri memorabili allestimenti dell’artista napoletano, ‘Nzularchia‘A SciavecaLa Madre, “Opera pezzentella”, quest’ultima itinerante nel sottosuolo all’interno di Santa Maria del Purgatorio ad Arco, La Cupa rappresenta un ulteriore viaggio dai connotati danteschi: un viaggio alla ricerca dell’innocenza perduta.

“La cupa. Fabbula di un omo che divinne un albero”, versi, canti, drammaturgia e regia di Mimmo Borrelli, con Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Mimmo Borrelli, Gaetano Colella, Veronica D’Elia, Renato De Simone, Gennaro Di Colandrea, Paolo Fabozzo, Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Roberta Misticone; scene Luigi Ferrigno, costumi Enzo Pirozzi, musiche, ambientazioni sonore composte ed eseguite dal vivo da Antonio Della Ragione, luci Cesare Accetta. Produzione Teatro Stabile di Napoli–Teatro Nazionale. A Napoli, Teatro San Ferdinando, fino all’8 marzo 2020.

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