La famiglia che volevamo essere

Una famiglia allegra, vivace, e sufficientemente consistente era nei sogni, o meglio nel Dna, sia di Lucy che di Gerardo, prima ancora che si incontrassero e che scoccasse tra loro quel misterioso e fatidico colpo di fulmine. Né poteva essere altrimenti: tutti e due provenivano da famiglie numerose. Gerardo Ramirez era l’unico fratello di quattro sorelle, Lucy l’ultima di cinque figli. Per di più i loro genitori, che facevano parte di una associazione cattolica, si conoscevano e frequentavano da tempo. Si può ben dire che per i dieci ragazzi le occasioni di incontro e di amicizia non mancassero davvero, sia che si trattasse delle ricorrenze di compleanno o della prima comunione dell’uno o dell’altro, delle feste di laurea o della semplice voglia di fare quattro salti in allegria. Ogni scusa era buona per ritrovarsi. A Guadalajara, la loro città, la loro esistenza trascorreva su binari tranquilli. E Lucy non si sorprese più di tanto quando avvertì per la prima volta che Gerardo la guardava in modo speciale, come fosse unica al mondo. Crebbe la confidenza, crebbe l’affiatamento. Ebbero modo e tempo per manife- stare l’uno all’altra il proprio mondo interiore, i propri sentimenti più intimi e segreti. Con l’entusiasmo e la forza che solo i vent’anni possono dare, in cima ai progetti che ciascuno si era fatto per l’avvenire c’era la voglia di costruire, appunto, una bella famiglia, possibilmente numerosa. Questa, in fondo, era la mia esperienza sino ad allora.Mai – dice Gerardo – avrei potuto immaginare la mia famiglia di origine senza qualcuna delle mie quattro sorelle. Gerardo confidava alla fidanzata di aver sin da molto giovane desiderato avere dei bambini per poter donare loro lo stesso calore e gli stessi affetti che lui aveva ricevuto. Soggiungendo, un po’ sommessamente, che gli sarebbe piaciuto adottare un bambino, pure se avessero avuto dei figli naturali. E accorgendosi, con grande gioia, come a quella sua confidenza Lucy non avesse battuto ciglio. Man mano che si approfondiva la conoscenza reciproca, i due giovani scoprivano insomma di avere tante affinità. Conclusero gli studi: Gerardo in ingegneria elettronica e Lucy in economia e commercio. Trovarono lavoro. Giunse il fatidico giorno delle nozze, e iniziò una nuova vita a due: Ci conoscevamo da piccoli, ci volevamo bene. Sembrava tutto facile, ma non lo era. Capimmo così poco a poco – prosegue Lucy – di dover posporre i nostri piccoli e grandi egoismi, i nostri punti di vista, per accogliere e comprendere quelli dell’altro. Solo così saremmo diventati la famiglia che volevamo essere. Sono trascorsi dodici anni. E sono i coniugi Ramirez a raccontarmi di persona come la loro meravigliosa famiglia si sia venuta formando nel tempo. Si trovano infatti da alcuni mesi in Italia per un corso di formazione per operatori familiari. Hanno con sé i due figli, Sandy (sette anni) e David (cinque). Dopo dieci mesi di matrimonio – prende a dire Gerardo – nacque la nostra prima figlia con un parto prematuro. Visse solo un giorno. Il dolore della sua perdita fu immenso. E quando Lucy si trovò in attesa del secondo bambino, come tutti i genitori fantasticarono a occhi aperti sul suo futuro, su come sarebbe stato e a chi avrebbe assomigliato, impazienti di poterlo finalmente tenere in braccio.Ma… Arturo nacque con una paralisi cerebrale. Lo shock fu grande – mi confida Gerardo – e provammo un dolore profondo e terribile, difficile da accettare. Noi sani e forti, e nostro figlio in quelle condizioni… La fede ci sostenne in quel difficile passaggio della nostra vita. Da quel momento Arturo diventò il ponte per eccellenza tra noi e Dio. Passarono gli anni. I coniugi Ramirez fecero di tutto per sviluppare per quanto possibile le capacità motorie e di linguaggio nel piccolo. A cinque anni, però, una ricaduta della malattia compromise forse irrimediabilmente il piccolo progresso che si era raggiunto. Finché – prosegue Lucy – Arturo partì per il cielo, e davanti al dolore infinito della separazione da nostro figlio ci chiedemmo ancora Cosa Dio vuole da noi?. Per fortuna, la famiglia si era arricchita nel frattempo della nascita di Sandy, una meravigliosa bambina sanissima e molto vispa. Gerardo e Lucy sapevano però che non avrebbero potuto darle altri fratellini, e prima ancora che Arturo si aggravasse avevano progettato di adottarne uno quando la piccola avrebbe compiuto tre anni. Era venuto il momento. In un dialogo aperto tra noi – prosegue Lucy – valutammo i pro e i contro. Eravamo ben coscienti della grande responsabilità e dei grandi sacrifici che comportava l’adozione di un bambino. Il nostro desiderio – aggiunge Gerardo – non nasceva però dalla volontà di sostituire Arturo, e nemmeno di soddisfare una paternità e maternità frustrata, quasi che i figli fossero un diritto. Semplicemente volevamo dare a un bambino senza famiglia la possibilità di averla. Iniziarono le pratiche per l’adozione. Laboriose, lunghe, imprevedibili pure in Messico. Sono fortunati: dopo un’attesa di soli sette mesi (invece dei ventiquattro previsti) arrivò il bambino. Aveva un anno e otto mesi, e lo chiamammo David, che in ebraico significa amato. Tale infatti – prosegue Gerardo – era per noi. Nostro figlio, né più né meno. Era un bambino allegro, intelligente, un po’ spaurito. All’inizio – racconta Lucy – si lasciava abbracciare, tranquillizzare. Poi si rivelò irrequieto, impulsivo, aggressivo. Mi dispiaceva che tirasse, calpestasse, succhiasse i giocattoli. Si cominciarono a complicare le situazioni di convivenza. Dovevamo di nuovo adattare la casa a un bambino piccolo. Occorre molta pazienza e un amore senza limiti, perché evidentemente col suo modo di agire il piccolo David sta lanciando senza che ne sia consapevole uno struggente sos ai genitori: Mi volete veramente bene?. Sono infinite le occasioni per dimostrarglielo, ma non sembra mai appagato questo piccolo divoratore di quelle attenzioni che gli erano mancate nei primi diciotto mesi della sua vita. Lucy trova in Sandy una insospettata e preziosa alleata. Circonda il fratellino di delicate premure, lo lascia giocare con i suoi giocattoli preferiti, lo aiuta a riporre e a mettere in ordine le sue cose, spiegandogli che poi avremo più spazio per giocare. Lucy, dal canto suo, talvolta si sente disorientata, incapace di educare un bambino così offeso dalla vita, le cui ferite invisibili continuano a sanguinare. Ma lentamente si fa strada in lei la consapevolezza che anche i fallimenti sono parte integrante del difficile cammino di ricostruzione di un io frammentato quale è quello di un bambino che nei primi due anni, i più importanti della sua vita, ha sperimentato la solitudine e l’abbandono. Dovevo solo imparare ad accettarlo, accettando – dice – i miei sbagli. In questi ultimi mesi – prosegue Gerardo – la situazione è senza dubbio migliorata. David è più sereno, e meno frequenti sono gli episodi per così dire spiacevoli. Anche Sandy è veramente felice di avere un fratellino con cui giocare e, all’occorrenza, litigare.

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