La donna che voleva sapere troppo

Mary Somerville, la matematica ed astronoma scozzese d’epoca vittoriana che fu definita “regina della scienza del diciannovesimo secolo”

Anni fa mi aggiravo sconsolato nell’ex Cimitero degli Inglesi a Napoli accanto alla chiesa di Santa Maria della Fede, tra alberi rachitici e monumenti funebri vandalizzati. In tanto squallore, il silenzio era rotto solo da una banda di ragazzini vocianti impegnati, nella zona libera da tombe, in una partita di pallone. In questo giardino funerario, già dimora ultima di stranieri illustri che due secoli or sono incrociarono i loro destini con quelli di Napoli, mi attirò la statua di una donna seduta intenta a scrutare l’orizzonte, il marmo aggredito dai licheni e scheggiato dalle pallonate. Ciò che restava di una lapide riportava solo parte del nome e della data presumibilmente di morte: Mary S… 18… Più tardi, consultando Google, venni a sapere l’identità del personaggio, Mary Somerville, e l’autore della malridotta scultura: il celebre Francesco Jerace, calabrese.

Mary – una figura che avrebbe potuto ispirare un romanzo della quasi sua coetanea Jane Austen – nacque nel 1780 a Jedbrugh, nel Sud della Scozia. Di agiata famiglia, dalla madre ricevette un’educazione minima: imparò a leggere, ma non a scrivere e nemmeno a fare semplici somme. Nessuna meraviglia: all’epoca le rigide consuetudini britanniche biasimavano la donna che ai lavori femminili preferiva un’istruzione che andasse oltre i primi rudimenti.

La vita della piccola Mary ebbe una prima svolta quando, per aver osato mancare di rispetto all’insegnante, si fece cacciare dalla scuola elementare. Punita dal padre, il severo viceammiraglio Fairfax Somerville, venne chiusa nella biblioteca di casa, dove scoprì l’universo dei libri. Da allora, ogni notte, nel silenzio della casa addormentata, andava lì furtivamente a prelevare qualche testo. Contro la volontà dei genitori conobbe così vite di eroi e idee di filosofi, appassionandosi alle materie scientifiche. Matematica e astronomia soprattutto.

Per tentare di correggere il suo spirito ribelle, a neanche dieci anni fu mandata a Musselburgh in un collegio d’élite dove le ragazze apprendevano il cucito ed altre materie femminili. Rimandata a casa dopo un anno, Mary continuò la sua educazione da autodidatta, incoraggiata stavolta dallo zio Thomas.

A vent’anni fu data in moglie a Samuil Samuilovich Greig, un capitano russo-scozzese suo lontano parente, incapace di comprenderla. Da lui, oltre a due figli, ebbe soltanto umiliazioni a causa dei suoi interessi culturali e scientifici. Testarda, continuò a coltivarli pur in mezzo agli impegni familiari e alle ristrettezze economiche. Prima gratificazione: nel 1811 vinse una medaglia per aver risolto un intricato problema di matematica proposto da una rivista scientifica.

Una nuova svolta fu quando, rimasta vedova, si risposò nel 1812 con William Somerville, un altro lontano cugino, capo del dipartimento di medicina dell’esercito e uomo colto, che a differenza del primo consorte incoraggiò per tutta la vita la sua passione per le scienze.

Qualche tempo dopo, il trasferimento col marito da Edimburgo a Londra permise a Mary di avvicinarsi agli ambienti scientifici che contavano e di far breccia in essi. Donna di singolare intelligenza, affamata di sapere, cominciò ad elaborare nuove teorie matematiche e fisiche, discutendo le formule di Laplace e di Gauss; studiò anche l’effetto del magnetismo e del movimento dei pianeti, gettando le basi per la scoperta di Nettuno.

In una società maschilista come la sua, una donna come la Somerville non poteva non stupire la comunità scientifica. Insieme all’ammirazione, tuttavia, non le mancarono critiche: come quelle in un sermone per aver sostenuto, sulla base di prove geologiche, che la terra era estremamente più antica di quanto risultava dalla Bibbia.

Grazie ai suoi studi avanzati e rivoluzionari, nel 1838 fu ammessa, insieme a Caroline Lucretia Herschel, nella Royal Astronomical Society, onore mai concesso prima a delle donne. Nello stesso anno per motivi di salute del marito si trasferì con lui in Italia; varie le città di residenza, tra cui Roma, Firenze e La Spezia, e numerosi i riconoscimenti ricevuti nel nostro Paese, dove arrivò a far parte di quasi tutte le società e accademie scientifiche dell’epoca.

Spicca tra le sue opere Geografia fisica del 1848, usato come libro di testo nelle scuole e nelle università britanniche per 50 anni. Si differenziava dai precedenti manuali geografici in quanto l’autrice non si limitava alla descrizione dei fenomeni fisici dei singoli Paesi, ma ne cercava la spiegazione e la correlazione tra loro, argomentando sulle forme del terreno, sui processi atmosferici e sul ruolo svolto dall’uomo nel modificare l’ambiente naturale.

Vedova per la seconda volta nel 1860 e ormai anziana piena di acciacchi, come ultima tappa italiana Mary scelse Napoli non solo per il clima mite, ma anche per la sua fama di città «madre di tutte le scienze». Nella capitale del Sud frequentò l’Osservatorio di Capodimonte e l’Accademia Pontaniana e discusse all’Università le teorie più avanzate sul movimento degli astri. Per il suo impegno in quest’ambito, in suo onore sarebbe stato dato il nome Somerville a un cratere lunare.

Benché ultraottantenne, volle studiare di persona la spettacolare eruzione del Vesuvio del 1868, recandosi a osservare da vicino gli effetti della lava. L’anno seguente pubblicava l’ultimo suo lavoro scientifico: Sulla scienza molecolare e microscopica, una sintesi delle più recenti scoperte in fisica e chimica.

Amante della natura e del mondo animale, la Somerville fu tra i primi scienziati a prevedere l’estinzione di numerose specie animali a causa della caccia indiscriminata dell’uomo, come pure una delle prime scienziate a promuovere attività di tutela degli animali.

Sebbene negli ultimi anni avesse perso l’udito, mantenne la mente lucida, non smise di farsi domande e continuò – parole sue – «a leggere libri dell’algebra superiore per quattro o cinque ore al mattino, e persino a risolvere problemi».

Seduta su una seggiola sulla riviera di Chiaia (così la raffigurò lo scultore Jerace), scrisse le sue memorie, pubblicate postume dalla figlia Martha. Morì il 29 novembre 1872 poco prima di compiere 92 anni, finalmente appagata, lei che da bambina aveva incontrato solo ostacoli alla propria sete di conoscenza.

Durante la sua lunga vita aveva assistito all’indipendenza dell’America del Nord e all’arrivo a Napoli di Garibaldi; conosciuto la regina Vittoria e i re Ferdinando II di Borbone e Umberto I di Savoia; scoperto pianeti sconosciuti e formule matematiche che, in seguito, avrebbero permesso di arrivare ai computer. Veramente “regina della scienza del diciannovesimo secolo”, come era stata definita da un giornale dell’epoca.

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