La disobbedienza verso la guerra

Due testi da condividere dall’incontro di Firenze del 5 ottobre promosso dal Movimento dei Focolari in Italia. La relazione di Michele Zanzucchi e la lettera di Michele Gesualdi, Fondazione don Milani
ansa guerre

Nelle intenzioni degli organizzatori, la marcia Perugia Assisi, dopo i ringraziamenti alle migliaia di persone intervenute, deve continuare e arrivare ad incidere nelle scelte del governo italiano. Un primo facile test arriverà dalla decisione di Roma di fermare, o meno, l’invio di bombe dal nostro Paese verso l’Arabia Saudita che le sta usando nello Yemen. Un conflitto dove non vengono risparmiati dai bombardamenti neanche gli ospedali e le strutture sanitarie.

 

Lascia senza parole la mancanza di una reazione politica e di opinione pubblica, diffusa ed estesa, a questo grave fatto documentato in tanti modi e ora oggetto di inchiesta da parte della procura di Brescia.

 

Sono tanti i capitoli da aprire nei confronti di uno scenario di guerra accettato come un destino ineluttabile deciso dall’alto. Quanto potranno incidere i miti e colorati marciatori di Assisi verso le scelte di politica industriale di Finmeccanica Leonardo, controllata dal Ministero dell’Economia,  di concentrare la produzione nel settore degli armamenti?

 

Per poter rompere il silenzio e dare argomenti di lunga durata ad una scelta ragionata, concreta e credibile di pace, il Movimento dei Focolari in Italia ha promosso il 5 ottobre al Centro La Pira di Firenze un incontro pubblico incentrato sulla “menzogna della guerra” cercando il dialogo anche con chi, come il generale Maurizio Fioravanti, tra i relatori intervenuti, le armi le ha usate anche solo per fare da interposizione  nel conflitto tra Israele e Libano. Un tassello che finora sta impedendo che il fuoco appiccato in quella regione medio orientale si possa espandere fino ad innescare un conflitto mondiale vero e proprio. Una prospettiva comunemente oggetto di analisi dai più evoluti think tank (centri studi) internazionali di geopolitica mentre i media in genere preferiscono parlare di altro.

 

In questo quadro realistico e drammatico si è collocato l’intervento del direttore di Città Nuova, Michele Zanzucchi, che ha terminato la sua relazione citando l’intuizione del filosofo e teologo ebraico Martin Buber, nell’imminenza  «della Prima guerra mondiale: “Che tipo di guerra era una guerra che inglobava il mondo intero?”. Da quel momento in Buber “crebbe il presagio che era finita l’epoca delle “guerre” e che qualcosa d’altro, solo apparentemente confrontabile, ma in realtà sempre più differente e mostruoso, si accingeva a inghiottire la storia e con essa gli uomini”. Un mostro che inghiotte la storia e gli uomini: questa è la guerra».

 

Come si può rispondere a questo forza mostruosa se non a partire dalla fragile resistenza della coscienza? Per questo motivo, l’incontro di Firenze ha previsto l’intervento di Michele Gesualdi, il testimone e attore diretto della straordinaria esperienza della “scuola di Barbiana”, l’insegnamento di don Lorenzo Milani che continua ad alimentare, come un fiume carsico, scelte esistenziali controcorrente. Alla fine Gesualdi, pur malato, ha scritto nella notte del 4 ottobre, giorno di san Francesco, una lettera per l’incontro di Firenze che è densa di significato e traccia una continuità diretta con la scelta di quei ragazzi del dimenticato Mugello capaci di parlare al mondo intero.

 

Nel testo si ricorda che «la resistenza morale è molto più forte di quella armata. È quella che manca oggi in un momento storico drammatico in cui gran parte dei popoli più poveri del mondo stanno subendo dittature, guerre e morte nella indifferenza del resto del mondo, e addirittura nella ostilità nell’accoglienza verso quanti riescono a fuggire da quei drammi». Per alimentare questa nuova resistenza, finora sopita, secondo questo ragazzo di Barbiana occorre restare fedeli al monito di Milani rivolto ai giudici nella polemica, del 1965, verso i cappellani militari: «avere il coraggio di dire ai giovani che sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni».

Da questo articolo è scaricabile la relazione di Michele Zanzucchi (“Dall’Iraq alla Siria, passando per la Libia, inutilità e ipocrisia delle guerre”) mentre qui di seguito si riporta il testo della lettera di Michele Gesualdi.

 

 

 

Lettera indirizzata a Maurizio Certini, direttore del Centro La Pira di Firenze in occasione dell’incontro pubblico dal titolo “Percorso di pace e menzogna della guerra) promosso il 5 ottobre 2016, presso la sala Teatina dal Centro La Pira, dal Movimento dei Focolari in Italia

 

Da Michele Gesualdi – Presidente della Fondazione don Lorenzo Milani

Calenzano, 04.10.2016 (San Francesco)

 

Caro Maurizio, cari amici,

                       Mi dispiace moltissimo non poter intervenire ala tua e vostra iniziativa ma purtroppo le mie condizioni di salute non me lo permettono.

Credimi, essere costretto a restar fuori dalla vita e dalle battaglie civili e sociali mi fa soffrire molto, ma vuole così il nostro “Padrone” che dirige dall’alto.

 

La fondazione Don Lorenzo Milani vi è comunque vicino, ha aderito con convinzione e potete spendere il suo nome per questa bella iniziativa.

 

 Don Lorenzo sul dramma delle guerre è stato un sacerdote e un educatore che con i suoi scritti ha lasciato il segno. A lui si deve il riconoscimento per legge dell’obiezione ci coscienza, dando un contributo determinante col dibattito che si aprì a seguito della “Lettera ai cappellani militari”. Scritto col quale dava una lettura del tutto inedita di un secolo di storia italiana, ma soprattutto ha indicato alle nuove generazioni la forza della ribellione ubbidendo alla coscienza individuale per combattere il male e le leggi quando sono ingiuste pagando di persona per cambiarle, ovvero la educazione alla legalità e il senso di responsabilità fondato sul primato della coscienza.

 

La coscienza è un tribunale severissimo, di fronte al quale siamo soli e contemporaneamente accusatori, difensori e giudici, che non si inganna perché possiede gli elementi certi per giudicare. Si tratta di una corte infallibile. Chi sa rispondere positivamente al suo primato su tutto il resto, avrà nella vita percorsi non tormentati anche se faticosi, altrimenti i percorsi saranno penosi, di quelli che levano la pace.

 

 La coscienza spinge a insegnamenti fecondi per raggiungere gli ideali più alti cui tende ogni persona umana. Nella vita e nella scuola di don Lorenzo li ritroviamo tutti, schierandosi sempre dalla parte del più debole.

 

La sua è stata una resistenza morale e la resistenza morale è molto più forte di quella armata. E’ quella che manca oggi in un momento storico drammatico in cui gran parte dei popoli più poveri del mondo stanno subendo dittature, guerre e morte nella indifferenza del resto del mondo, e addirittura nella ostilità nell’accoglienza verso quanti riescono a fuggire da quei drammi .

Le manifestazioni per la pace sono resistenze morali, che devono allargarsi e conquistare popoli interi. Il giorno in cui questo avverrà le guerre saranno sconfitte. Ma, come insegna don Lorenzo, deve partire dalla conquista di ogni persona di saper resistere ad ogni atto cattivo.  E’ un atto cattivo spendere miliardi per lanciare navicelle spaziali quando gira sulla testa di popoli e milioni di persone che muoio di fame, è un atto cattivo continuare a costruire e fornire armi a chi le usa per massacrare le popolazioni civili. E’ u n atto cattivo distruggere la dignità delle persone con una economia mondiale che crea miseria ai tanti a favore dei pochi. In sintesi è un atto cattivo tacere e non   reagire di fronte ai mali che offendono l’umanità, perché tutto questo porta al male delle guerre che oggi pagano un prezzo altissimo non gli esercito ma le popolazioni civili.

 

Ma ridiamo la parola a don Lorenzo attraverso la sua lettera ai cappellani militari, i quali, in un loro comunicato, arrivano ad affermare che: “ la obiezione di  coscienza è espressione di  viltà ed estraneo al comandamento cristiano dell’amore”.

Don Lorenzo come prete e maestro si sente morso dalla vergogna e dallo sdegno. Come possono dei sacerdoti offendere dei giovani che sono in galera perché si rifiutano di imparare ad uccidere.   Prende allora carta e penna ed insieme ai suoi ragazzi e resistono con la forza degli argomenti, sostenuti e mossi dalla forza della coscienza: “Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro, senso non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria gli altri i miei stranieri […] e almeno nei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distrugger, far vedove e orfani. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruenti: lo sciopero e il voto…”. Con la Costituzione in mano passa ad esaminare un secolo di storia alla ricerca di una guerra giusta che non trova.

 Di fronte alle sue argomentazioni si scatenò il putiferio con attacchi feroci e violenti e minacce di ogni genere, dalle bastonate alla morte fatte attraverso lettere anonime.

Barbiana però non si arrese e continuò a resistere con la lettera ai giudici, un documento sociale e civile tra i più belli scritti negli anni Sessanta. Rare pagine profetiche, coraggiose di una forza straordinaria e che conclude: “avere il coraggio di dire ai giovani che sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni”.

 

 A presto Michele.

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