La diceria di Bufalino

La trasposizione del romanzo "La diceria dell'untore" è resa in scena con un registro onirico dentro una dimensione barocca, circense, vicino al musical.
Scena da "La diceria dell'untore"

La canzone popolare, il bozzettismo, la danza, una processione di pupi siciliani, i simboli arcaici. Ad amalgamare metaforicamente e figurativamente questi elementi nella poesia ardua e personalissima di Gesualdo Bufalino in La diceria dell’untore, è il regista Vincenzo Pirrotta. Di non facile trasposizione, il romanzo quasi autobiografico dello scrittore di Comiso è reso in scena con un registro onirico dentro una dimensione barocca, circense, vicino al musical.
Il romanzo apre duri squarci d’umanità, raccontando l’esperienza di Bufalino in un sanatorio palermitano. Nell’estate del ’46, il giovane reduce malato di tbc condivide con altri degenti la prossimità della morte: essa dà ai personaggi una forte carica vitale, con improvvisi spasmi di energia tradotti in teatro.
Un duello continuo per ricondurre quello stato estremo al senso della vita. Si parla di amore, di Dio, di maledizione, dell’offrire la propria vita per la redenzione degli altri. Pirrotta è il Gran Mago, il primario della rocca-ospedale, domatore e imbonitore cinico; e Luigi Lo Cascio l’io narrante – «perplesso fra una morte sublime e una salvezza mediocre» –, innamorato di una ex ballerina, che, al contrario di lui, sopravvissuto, morirà insieme al medico. Inizialmente ostica, la lingua di Bufalino ci cattura sia per l’interpretazione che per la fantasia scenica.
 
Al Teatro Eliseo di Roma. In tournèe.

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