La democrazia della prossimità

La pace è più forte della guerra. Questo dice oggi Prijedor, in Bosnia Erzegovina, terra meravigliosa di boschi e corsi d’acqua, terra di macerie e di scorie della guerra balcanica, simbolo stesso del nazionalismo con i suoi tre campi di concentramento e il sospetto d’essere ancora nascondiglio per gli autori dei crimini condannati dal Tribunale de L’Aja. E poi c’è stato un maremoto di gente: allora, nel ’92-’95, cacciata dal furore etnico, rimescolata nelle ondate dei profughi, e oggi in timido ma inarrestabile movimento di ritorno, a rivoli, in cerca della casa di un tempo (e se nel frattempo altri l’avessero occupata?) e attratta da una nuova speranza. 22 mila sono le persone rientrate a Prijedor negli ultimi anni, più della metà di quelle che ne erano fuggite per la pulizia etnica. Più di quanto avviene altrove. E pacificamente. Perché? Prijedor, con i suoi 60 centri abitati, è sede di una delle dodici Agenzie della democrazia locale” presenti nei territori della ex-Jugoslavia. L’Adl è un’istituzione ambiziosa quanto semplice nell’intuizione ispiratrice: riconciliarsi, ricominciare, partecipare. Dal basso, dalla propria comunità. Non da soli. L’Adl può contare su una rete di partner, i cui nodi sono associazioni, Ong e città europee disposte a fornire mezzi e supporti alla ricostruzione del tessuto civile. È questo investimento fatto di mattoni ma ancor più di fiducia dall’esterno che rompe l’isolamento, la diffidenza, e moltiplica localmente relazioni fondate sul dialogo, basi da sempre della democrazia e dello sviluppo. Per Prijedor, e non solo, “Europa” è una parola magica: nostalgia di una appartenenza antica e utopia di nazioni amiche, spazio virtuoso di regole condivise. Tutt’altro che magica è la solidarietà che si va sperimentando con città italiane, spagnole, francesi” Dal 1996 Prijedor non è più la macchia nera sulla mappa dei Balcani: è centro di uno dei modelli più riusciti di partenariato internazionale per lo sviluppo locale. Sarebbe a dire, un darsi la mano, in orizzontale, fraternamente, fra città, in un inedito itinerario di integrazione europea. E se questo modello avesse qualcosa da dire alla costruzione della federazione del vecchio continente? Europa: civiltà cittadina Puntare i riflettori sulle città risulta strategico nella costruzione europea. Raggiunte ormai le mete dell’integrazione economica, vengono al pettine le questioni legate all’integrazione politica. E le domande incalzano, specie nel contemporaneo doppio accadimento dell’allargamento a 25 paesi e della scrittura della futura costituzione. Quale federazione? Quale cittadinanza europea? Quale posto alla rappresentanza degli stati e quale spazio ai rappresentanti dei popoli? A Trento, nel convegno “Città per l’Europa” dello scorso 6 giugno, si respirava l’aria dei passaggi cruciali. Secondo congresso, dopo quello di un anno fa, ad Innsbruck, e certo non ultimo. C’è da scommettere. Secondo anche nell’approccio rispetto all’anno precedente: allora un “manifesto”, oggi un lungo “documento preparatorio” elaborato nei mesi precedenti, quattro gruppi di lavoro e di approfondimento, una articolata proposta di emendamento al progetto di costituzione dell’Unione europea, approvata e inviata alle massime istituzioni dell’Unione: commissione, parlamento, convenzione, interlocutrici privilegiate di una intensa giornata. Non è lo specifico dell’Europa, l’essere “civiltà cittadina” (dal documento finale, pubblicato, con tutti i testi del Congresso, sul sito www.comune. trento.it/citiesforeurope)? Nel fare gli onori di casa, il sindaco di Trento, Alberto Pacher, ha dato una sua approfondita lettura alla questione storica che non può essere elusa nella costruzione del presente. Per dirla con Romano Prodi, ogni federazione è particolare, e mentre “quando gli Stati Uniti si espandevano, trovavano territori, come l’Ohio o il Dakota, l’Europa, nel momento in cui si allarga, trova Praga, Budapest, Varsavia”. A iosa, emergono le ragioni di una nuova soggettività delle città nel mondo globalizzato e, dunque, nella federazione europea. Ragioni che vengono dalla storia passata e presente: fatti come quelli di Prijedor. Sono ragioni politiche e giuridiche, vive nel percorso che ormai da più di 50 anni sostiene la costruzione di questa democrazia larga quanto un continente. E poi le ragioni degli altri, di quelli che Europa non sono, ma che aspettano che si espliciti fino in fondo e per tutti quanto promette il laboratorio-Europa. Voce autorevolissima quella di Erundina De Souza, deputato federale del Brasile e già sindaco di San Paolo. Il suo intervento ha rotto l’orizzonte largo eppure ancora angusto dei confini dell’Europa, indicando ai sindaci e agli amministratori presenti la meta delle mete: un mondo più unito. “Dipende da come l’Europa si farà – dice -. Il mondo è già integrato e il risultato dell’unificazione europea avrà riflessi sul mondo intero. Se il risultato sarà di tipo verticale, autoritario, senza l’apporto dal basso, senza costruire cittadinanza, si avrà la formazione di un nuovo blocco di potere, egemonico, in opposizione ad un altro blocco di potere. E il resto del mondo? Occorre un progetto politico di unificazione che valorizzi la partecipazione, la vicinanza ai cittadini. I municipi hanno questa possibilità di coinvolgimento, di mobilizzazione, di cambiamento, di socializzazione del potere. Solo questa concezione della democrazia è rispettosa della natura dell’uomo, è rispettosa dei popoli”. La prossima tappa Un volo tanto alto – lo si capiva a Trento – necessita di vento nelle vele e di orizzonti. Indicarli è stato il compito affidato a Vera Araújo. Nella sua relazione ha ripercorso il patrimonio ideale del Movimento politico dell’unità, in dialogo con l’attualità (“l’aria ammorbata” di questo nostro dopo-guerra), con la modernità declinata nel trittico della rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità), con il pensiero dei papi e dei grandi saggi dell’umanità. Ricordando infine l’identikit di chi in politica sceglie di vivere la fraternità, così come Chiara Lubich l’ha tratteggiato, ha riacceso nei 500 presenti la passione che li muove profondamente: “Il compito dell’amore politico è quello di creare e custodire le condizioni che permettono a tutti gli altri amori di fiorire: l’amore dei giovani che vogliono sposarsi e hanno bisogno di una casa e di un lavoro, l’amore di chi vuole studiare e ha bisogno di scuole e di libri, l’amore di chi si dedica alla propria azienda e ha bisogno di strade eferrovie, di regole certe” La politica è perciò l’amore degli amori”. Il silenzio solenne nel cilindro dorato del Teatro Sociale ha sottolineato il potenziale di quest’affermazione, “chiave” per la costruzione di ogni prossimità nella città e nel continente. Il presidente dei poteri locali e regionali d’Europa, Herwig van Staa, l’ha ripresa sintetizzando lo statuto della nuova cittadinanza europea: “Amare è essere attivi politicamente”. Tutto quanto è seguito, nei gruppi di lavoro del pomeriggio e nel fitto intrecciarsi delle comunicazioni interpersonali, di appuntamenti e di indirizzi, ha riannodato le maglie di questa rete di città che si sentono più che mai corresponsabili della casa europea da costruire. Il documento finale inviato a Bruxelles è di questa rete una foto e un messaggio forte: “Ci impegniamo affinché le nostre comunità municipali siano: città della condivisione, città della partecipazione, città della cooperazione, città della pace” L’Unione rispetta la ricchezza della sua diversità in tutte le comunità politiche municipali, regionali e nazionali “. Proprio così, con quest’aggettivazione (“politiche”) e con quest’ordine, ossia a partire dal soggetto più prossimo ai bisogni delle persone. E adesso? Vera Araújo ha risposto anche a quest’ovvia domanda, indicando l’ulteriore tappa del percorso: Stoccarda, maggio 2004. Se dalla chioma di un albero si può intuire l’ampiezza e la profondità delle sue radici, è l’allargamento stesso dell’Europa – che nel 2004 conterà 25 stati membri – a chiamare questa grande mobilitazione “alle radici”, alle ragioni profonde dell’essere diversi e insieme uniti.

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