La creatività delle comunità

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Alzi la mano chi ha già partecipato a un congresso internazionale il cui discorso di apertura invita i partecipanti a creare una intelligenza collettiva, a produrre conoscenza condivisa imparando insieme, attraverso lo scambio di idee e di esperienze. Con questa sfida il sindaco di Porto Alegre, José Fogaça, ha inaugurato questa vasta palestra di dialogo che è stata la prima Conferenza mondiale sullo sviluppo delle città. Il metodo di lavoro è stato coerente con lo scopo: un comitato scientifico aveva preparato quaranta domande, dieci per ogni giornata di lavori e per ogni tema. Il modo di procedere per domande stimola la riflessione, mette in moto la curiosità. Il terzo giorno, per esempio, dedicato al tema dello sviluppo locale nelle città, una domanda era: gli agenti dello sviluppo devono essere membri della comunità, o tecnici, esperti provenienti da fuori? Interessante, discutiamone. La scelta del programma di economia solidale del ministero brasiliano del lavoro va decisamente verso lo sviluppo endogeno. Uno dei modi di combattere la povertà urbana parte da una comunità, ad esempio una favela, che sceglie un membro. Egli riceverà per un periodo un salario di sussistenza per lavorare a tempo pieno per lo sviluppo della comunità, e così faranno gli altri agenti di sviluppo locale in tutto il Brasile, mettendo in rete conoscenze. Il loro compito sarà di liberare la creatività della comunità. Sorgono così scuole, asili, posti di lavoro, servizi che le persone si prestano mutuamente ritrovando dignità e accesso alla ricchezza in modo graduale e, soprattutto, democratico. Lo sviluppo autogestito ha funzionato anche a Villa El Salvador, grande borgo alla periferia di Lima, in Perù, sorto nel 1971 dal trasferimento in pieno deserto di 50 mila persone che avevano occupato una zona destinata a diventare un quartiere chic. La popolazione si è organizzata, gestendo – tramite reti e associazioni di abitanti – tutto: dalla pianificazione urbanistica, alla distribuzione di generi alimentari, alla creazione di imprese (1.200 micro e piccole imprese create in dieci anni), alle scuole (98 per cento della popolazione è alfabetizzata). Finché negli anni Ottanta gli ormai 300 mila abitanti sono stati riconosciuti come comune a sé stante. Città di tutti Porto Alegre è nota per dinamismo delle sue pratiche democratiche e sociali, primo fra tutto il bilancio partecipativo, in cui il 25 per cento delle priorità di spesa sono decise dai cittadini, organizzati per zone della città, sin dal 1989. Montréal, in Canada, ha aperto nel 2002 un ufficio di consultazione pubblica per dare ai montréalais un luogo di ascolto. L’ufficio consulta i cittadini su tutti i maggiori progetti che la città intende lanciare, dalle grandi opere ai parchi ai monumenti. Belo Horizonte, nel centro del Brasile, ha innovato in tema di bilancio partecipativo, portando i delegati dei vari quartieri a visitare gli altri quartieri, in modo da avere un’idea complessiva dei bisogni al momento di votare il bilancio. La stessa città ha anche permesso ai cittadini di votare via Internet, usando il codice elettorale. Tuttavia una ricerca universitaria, pure presentata alla Conferenza, indica che solo gli strati più agiati della società – che non per nulla hanno accesso a Internet a banda larga – hanno partecipato. Non esistono soluzioni miracolo alla partecipazione alla vita della città. Però si può imparare dai tentativi. Come non esistono soluzioni miracolo alla piaga della violenza urbana. I rimedi vanno dalle classiche videocamere in punti chiave della città a esperimenti più innovativi. Come Rio de Janeiro, che ha disarmato le guardie municipali nel tentativo di superare i sanguinosi scontri a fuoco tra bande di trafficanti e polizia che devastavano la città. Ed ha funzionato, salvo poi chiamare l’esercito a sedare gli scontri in occasione dei Giochi panamericani. La città di Bogotà, in Colombia, confrontata al grave senso di insicurezza che portava cittadini e visitatori a non servirsi più del taxi per timore di un’aggressione, ha aperto un portale che raccoglie denunce positive di comportamenti cortesi da parte dei tassisti, associata ad un premio per i più esemplari. Pian piano i comportamenti virtuosi si sono moltiplicati e si è ristabilita la fiducia in questa categoria. Altre iniziative sono state lanciate dal 1993 per migliorare la qualità della vita degli abitanti. I risultati sono stati un crollo del tasso di omicidi (da 80 per 100 mila abitanti nel 1993 al – comunque sempre troppo elevato – 23 per 100 mila nel 2003); una riduzione consistente degli incidenti della circolazione; un’impennata nella raccolta delle tasse (triplicate in dodici anni), cui si è aggiunta un’iniziativa singolare: il sindaco ha proposto ai cittadini di pagare volontariamente il 10 per cento in più di tasse, permettendo a chi fosse disposto a farlo di indicare i programmi municipali in cui desiderava che l’extra gettito fosse impiegato. 63 mila bogotanos hanno deciso di mettere mano al portafoglio, aderendo all’iniziativa. Ecocittà Un problema comune alle grandi città, in cui non a caso vive oltre la metà della popolazione mondiale, è quello dell’inquinamento, spesso legato all’intensità del traffico. Qual è la città più ecosostenibile? È una città che non esiste ancora, ma che sta sorgendo in Dubai. Coi soldi del petrolio si costruisce un centro urbano che funzionerà esclusivamente ad energia solare. Due pratiche interessanti vengono dal Belgio. La città di Hasselt, nelle Fiandre, avrebbe dovuto investire massicciamente in parcheggi, introvabili. Invece ha optato per il rafforzamento dei trasporti in comune, che sono da alcuni anni completamente gratuiti. Sempre in Fiandre, Gent ha puntato sulla bicicletta, mettendo mille due ruote gialle a disposizione degli studenti, ad una prezzo accessibile. Lo stesso ha fatto Parigi, con le 20 mila biciclette del progetto Vélolib. La città del futuro Una tra le tante riflessioni presentate al convegno riguarda il futuro delle città. Città che, come la conosciamo, soprattutto nella forma che tende a diventare megalopoli, è un modo di occupare il pianeta. Non è l’unico; è quello che storicamente ha accompagnato il processo di industrializzazione, con la necessità di avere nei pressi delle fabbriche manodopera e mercato. Come sarà la città del XXI secolo, quella dell’era della conoscenza, in cui la produzione non ha più bisogno di essere nello spazio urbano, in cui il consumo avviene in centri commerciali in pena campagna e dove i rapporti si tessono più su reti virtuali (il cyberspazio) che nelle piazze? Dove la produzione di beni materiali si sostituisce sempre più quella di beni immateriali? Che modi di occupare lo spazio reale corrisponderanno a questi mutamenti dell’era elettronica? La riflessione è stata lanciata, ma è pur vero che nessuno ha in tasca il progetto della città di domani. A noi piace pensare al sogno del grande storico Arnold Toynbee, che ha immaginato il mondo del futuro come un insieme unito dal punto di vista politico, ed organizzato per villaggi a dimensione umana, dove le persone possano conoscersi e cooperare. UNA DOMANDA A… JOSÉ FOGAÇA, sindaco di Porto Alegre Qual è il ruolo delle città nel mondo globalizzato? Oggi gli Stati nazionali sono in genere democratici, ma non sono riusciti a realizzare l’uguaglianza sociale. Per questi credo che siano importanti le pratiche locali non solo di salvaguardia della democrazia, ma di integrazione sociale. L’India è un buon esempio. È un Paese che è democratico da 60 anni, ma la democrazia da sola non ha gli strumenti per sradicare la povertà. Come ha detto un ministro indiano: L’India sta facendo un balzo, ma i poveri non ne approfittano. Se non rafforzeremo i governi locali, se non sapremo creare una partecipazione reale a livello locale, non avverrà l’appropriamento da parte dei poveri dello sviluppo che l’India sta vivendo. CÉZAR BUSATTO, segretario alla coordinazione politica e alla governance locale dello stato di Rio Grande do Sul, uno degli organizzatori della conferenza. Qual è stata la molla che l’ha spinta ad accollarsi l’organizzazione di questo convegno? È l’idea della fraternità. Di mettere insieme persone diverse, di origini, Paesi, lingue, convinzioni politiche diverse, e dare loro l’occasione di parlare, di scambiarsi idee, successi, fallimenti. Di imparare l’uno dall’altro. Questo io chiamo fraternità: il riconoscimento che siamo fratelli, siamo figli dello stesso Dio. Credo che, costruendo questo ambiente di dialogo, di riconoscimento dell’identità dell’altro, di rispetto, e di costruzione di un’identità comune, ci stiamo spiritualizzando, ci stiamo avvicinando a Dio, perché stiamo trovando quello che ci unisce, quello che realmente abbiamo in comune, come umanità.

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