La costellazione turbata e dissolta

L’esistenza di Dio: un atto di fede o di conoscenza?
Installazione in una mostra

Io posso sapere con certezza che un mio amico è nella stanza accanto e non fidarmi di lui, non credere in lui. Ciò non mette in dubbio la sua esistenza ma il mio rapporto con lui. Posso invece fidarmi di lui se conosco le sue azioni, il suo modo di essere positivo.
Credere, fidarsi. Se io dico: credo che, esprimo un’opinione (che pioverà, che la Borsa andrà su o giù, ecc); se dico: credo in, testimonio una precisa fede. Un anglofono lo capisce bene: to think non è to believe.
Ecco perché la questione ultima non è pensare un’opinione, e neppure sapere con certezza, ma credere (=affidarsi) al di là delle opinioni e dello stesso sapere. Se so con certezza che Dio esiste e precisamente come primo principio creatore (necessaria primitas, lo definisce Duns Scoto, grande contemporaneo di Dante); perché se qualcosa, un atomo o tutto l’universo, può essere prodotto, non può non esistere ciò che, ovvero chi, non prodotto, lo produce, poiché nessun effetto può essere causa di sé o essere causato dal nulla. E lo produce per un atto della sua volontà, che è amore, se le può rispondere un atto della mia volontà riconoscente.
Così: sapere, volere credere, sono una costellazione, oggi turbata e dissolta in moltissime menti. La libertà di credere/affidarsi è precisamente il privilegio della libertà che si fa volontà/amore affidandosi a colui che è suprema e primaria esistenza, conoscenza e volontà di creatore. Il “Credo” non è un atto di opinione né di conoscenza individuale, ma di affidamento: credo in, non credo che.
 
Un vero credere deve fondarsi su un vero sapere progressivo, senza cui anche un vero volere progressivo sarebbe infondato, diventerebbe voglia o capriccio, così come un vero sapere progressivo scadrebbe in opinione o in cognizione di funzioni materiali e non di una realtà sempre ulteriormente conoscibile, se non sapesse superare sé stesso qui, ora, al di là delle conoscenze stesse che ha acquisito.
Una mente onesta non crede di essere creata, lo sa; una volontà onesta non solo crede di essere amata, lo desidera e vuole corrispondere all’amore. Con la libertà di credere ovvero fidarsi.
In questo modo possono ricomporre la costellazione turbata una conoscenza, una volontà e una fiducia: in una tripolarità che agisce nella sua unità creatrice come in quella creata della nostra coscienza. Senza il “noi” trinitario di Dio nel suo – detto a noi – “Io sono”, io non sono, noi non siamo.

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