La corsa alla Casa Bianca è vintage

I candidati alla presidenza sono tutti uomini, ultrasettantenni e bianchi. Sono davvero il ritratto dell’America oggi?

Mancano 8 mesi alle elezioni presidenziali e gli Usa si preparano a votare il loro candidato, mentre la crisi del coronavirus irrompe nel Paese della libertà, restio alle restrizioni e ancora inconsapevole delle conseguenze sui risultati elettorali di quella che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito una pandemia. Il Covid-19, che aveva occupato pochi minuti nei dibatti presidenziali di febbraio e di marzo, sta ora sollevando questioni cruciali sulla leadership nazionale, mettendo in luce problemi sociali profondamente radicati nella cultura statunitense come il modello di occupazione, i piani di assistenza sanitaria, i senzatetto, i disoccupati. Stavolta non basterà liquidare l’emergenza in pochi tweet e rispolverare la propaganda per ridefinire il futuro presidente Usa. Wall Street e il suo tonfo incideranno non poco sui successi economici dell’attuale presidenza e condizioneranno anche l’orientamento degli elettori.

Donald Trump è il candidato repubblicano senza rivali e le timide primarie tentate dal partito sono state praticamente soppresse perché nessun altro contendente è riuscito a superare il 10% dei consensi. Nella parte democratica sono Joe Biden e Bernie Sanders a battersi per la nomination che li vedrà fronteggiare il rivale repubblicano. Chiunque dei tre vincerà le elezioni di novembre, sarà comunque il presidente più anziano nella storia statunitense.

La corsa alla Casa Bianca 2020 ha già messo da parte candidati più giovani, tutte le donne in lizza e ha cancellato sin dalle prime battute i rappresentanti delle minoranze lasciando la partita a tre uomini, divisi dalle ideologie e dai progetti di governo, ma tutti bianchi e tutti nati negli anni ’40. Anche la composizione del Congresso non si discosta molto da questa anagrafica e i leader di Camera e Senato sono anch’essi ultrasettantenni, a riprova di una società dove i settuagenari che restano al lavoro sono aumentati dell’85% negli ultimi 20 anni.

Il successo di questi candidati è in parte legato agli elettori, attivi 65enni che si recano alle urne più spesso dei giovani e che preferiscono candidati più vicini per età e magari più paterni perché si sono tenuti fuori dalla politica, come ha fatto Biden alla fine della presidenza Obama, o al contrario perché ne respingono le regole, come nel caso di Sanders. Una verità è anche che i politici più anziani hanno avuto più tempo nel costituire le reti di donatori e, se sono ricchi di loro, non temono rischi di autofinanziamento, come nel caso di Trump e dell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, che ha speso mezzo miliardo di dollari per un mese di campagna senza riuscire a entrare nella corsa.

I sondaggi hanno poi mostrato che gli elettori non sono esenti da un certo sessismo, e gran parte della base elettorale di Trump, nelle precedenti elezioni, ha votato contro Hillary Clinton, non solo per l’appartenenza alle élite ma perché donna. I dati riaggiornati dagli analisti politici Schaffner, MacWilliams e Nteta hanno rivelato, a sorpresa, che gli stessi democratici conservatori hanno preferito Sanders a una rivale femminile. Gli elettori uomini e bianchi, che hanno votato e supportano Trump e Sanders, si sentono minacciati da donne troppo intraprendenti e continuano a innalzare barriere sociali verso gli afroamericani (valutati 9 punti in meno), verso i latinos (meno 11 punti) e verso i musulmani (che si piazzano a meno 20 punti di gradimento). Trump farà leva su queste debolezze nell’ala democratica e se Sanders dovesse ritirarsi dalla campagna troppo tardi, accusando il partito di mancato sostegno, il rischio che molti elettori passino a The Donald è molto serio.

Biden invece ha compiuto il miracolo inatteso di riportare ai seggi il 60%  di quegli elettori che nelle ultime elezioni si erano astenuti, segno che la campagna condotta sul territorio e sui media nazionali ha ripagato più degli investimenti sulle reti sociali e sui toni gridati e divisivi.

Poco presente nel dibattito è la politica estera, percepita come caotica e con benefici praticamente nulli per il Paese. Tutte le promesse degli ultimi presidenti di focalizzarsi più sugli Usa che sull’estero sono andate a vuoto e hanno portato ad oneri e scelte costose e divisive. Sul tappeto restano i casi aperti e caldi dell’Iran, della Siria, della Corea del Nord, dell’Afghanistan, del Venezuela e del Messico, delle guerre commerciali con alleati e nemici; e in tutto ciò Biden sembra il candidato più esperto sul campo, o almeno il più consapevole del rinnovo della diplomazia attraverso un nuovo patto interno, dove la leadership Usa all’estero e la classe media statunitense non si trovino nemici e disillusi.

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