La Cina in vetrina

Spettacolari: questo l’aggettivo che definirà i Giochi di Pechino. Spettacolari gli impianti; spettacolari le fasi della cerimonia d’apertura; spettacolari le vittorie a cui si preparano gli atleti cinesi scelti fra i 23 mila atleti mantenuti dallo Stato in vista di questo appuntamento. I Giochi più tecnologici, più mediatici, più sponsorizzati della storia potranno avere un solo nemico nascosto: la chimica. Saranno sufficienti i 4.500 controlli antidoping (300 al giorno) previsti? L’incubo si chiamerà Gh, ormone della crescita: sviluppa senza limite i muscoli ed ha una finestra di positività ai controlli che dura solo poche ore. Per i cinesi l’8 è il numero fortunato, che promette abbondanza e ricchezza: la cerimonia d’apertura avrà inizio alle ore 8 (le 14 in Italia), 8 minuti ed 8 secondi della sera del giorno 8, dell’ottavo mese del 2008. Per 4 ore, a 90 mila spettatori dal vivo e a qualche miliardo davanti ai televisori, la Cina racconterà, con sfarzo ed orgoglio, i suoi cinquemila anni di storia. Nel mese delle Olimpiadi tutto il mondo potrà applaudire le nuove conquiste della Cina, la nuova superpotenza, il miracolo economico che ha trasformato la cenerentola maoista nell’imperatrice dell’economia mondiale. Su questi aspetti aveva puntato la candidatura cinese; su questi aspetti il comitato olimpico, nel 2001, aveva assegnato i Giochi alla Cina con l’impegno che vengano rispettati i diritti umani . In realtà, le Olimpiadi in Cina rappresentano, molto più prosaicamente, per il movimento sportivo mondiale, per le aziende e gli sponsor un investimento colossale. Il cammino verso il rispetto dei diritti umani in Cina appare ancora lungo, come testimoniato dalle 10 mila condanne a morte eseguite ogni anno (68 i reati, molti di opinione, che la prevedono), dal problema tibetano e dalla talvolta difficile esistenza delle minoranze cristiane e musulmane, dalle ripetute limitazioni della libertà di parola e di stampa. Solo assegnando, e non negando, le Olimpiadi a Pechino si potevano compiere passi in avanti, ma di certo un’altra è stata la principale preoccupazione del governo cinese e del comitato organizzatore: aprire le porte del più mastodontico mercato del mondo, grazie a sensibili esenzioni fiscali alle imprese ed alla grande disponibilità di manodopera a basso costo. Negli ultimi sette anni il volto di Pechino è letteralmente cambiato: 200 miliardi di dollari di investimento sono stati spesi per costruire o ammodernare impianti sportivi, alberghi, aeroporti, strade, metropolitane. Interi quartieri sono stati abbattuti. Quindicimila i taxi inquinanti rottamati, decine le fabbriche chiuse e spostaste fuori città. Si è pensato a tutto, persino alle campagne di educazione dei cittadini, come quella per sradicare le abitudini a passare avanti nella fila o a sputare per terra. Siamo pronti, è la frase scritta a caratteri cubitali in ogni angolo della città. C’è da augurarsi che in questo alacre clima di pulizie generali la pulizia più radicale non sia stata quella dell’eliminazione del dissenso. Il boi- cottaggio avrebbe giovato? Più opportuno sarebbe che i governi obbligassero la Cina e le sue università ad aprire il confronto sui diritti umani; che tutti coloro che commerciano con Pechino stilassero contratti vincolati a condizioni etiche quali miglioramento delle condizioni degli operai, libertà di associazione, di stampa e di religione, liberazione di alcuni dissidenti. Le Olimpiadi potranno essere una grande occasione di rapporto con il popolo cinese, in cui tessere legami e conoscenze, più forti e più solidi delle sponsorizzazioni e degli sfruttamenti di manodopera, ed in cui contribuire a far rivivere quella società armoniosa, l’ideale di Confucio, spento dal maoismo. Allora davvero lo slogan olimpico di Pechino 2008, Un solo mondo, un solo sogno, potrà farsi realtà

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