La Chiesa di Francesco

A Firenze giorni intensi di libero dialogo e costruttivo confronto. C’è speranza di riuscire a generare in tutta Italia la comunità cristiana che il papa vuole, magari ferita e sporca, ma finalmente libera da ossessioni e formalismi
Convegno Firenze

Del convegno Ecclesiale di Firenze appena terminato, due immagini mi rimarranno particolarmente vive nella memoria. La prima è la folla dei duemila delegati che alla fine dell’ultima giornata si riversano fuori dalla Fortezza da Basso, sede del convegno, e inondano le strade di Firenze per fare ritorno alle loro diocesi, alle loro case. È un’icona vivente di una Chiesa che, come ha chiesto Papa Francesco, sia capace di uscire dalla sua fortezza per andare incontro agli «abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti».

 

L’invito è particolarmente rivolto ai giovani: «Vi chiedo di essere costruttori dell'Italia, di mettervi al lavoro per un’Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico (…) e dovunque voi siate non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo».

 

Dopo averlo scritto nell’Evangelii Gaudium, il Papa lo ha ripetuto nuovamente nel suo discorso a Santa Maria del Fiore: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».

 

I delegati che sciamano fuori dalla Fortezza dopo aver vissuto giorni intensi di libero dialogo e costruttivo confronto, possono essere allora una speranza capace di far lievito e generare in tutta Italia questa chiesa che Francesco vuole, magari ferita e sporca, ma finalmente libera da ossessioni e formalismi.

 

Qui arriva la seconda immagine che mi si è stampata nel cuore. Quella del Papa che, entrato in cattedrale, appena salito sull’altare fissa gli occhi sugli affreschi della cupola del Brunelleschi: il giudizio universale che reca all’apice la scritta Ecce homo. Si vede Gesù che da una parte viene giudicato e condannato da Pilato, ma quello stesso condannato e crocifisso diventa poi Cristo assiso sul trono del giudice. Ma ora il Giudice non mostra, come Pilato i simboli del giudizio, anzi, solleva la mano destra e mostra i segni della passione, perché Lui “ha dato sé stesso in riscatto per tutti”.

 

Ma ecco che quell’Ecce homo diventa cruciale in un altro passaggio del discorso di Francesco, quando a proposito dell’importanza di fondare la società civile sul dialogo e sull’incontro con gli altri afferma che «la migliore risposta al celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’Ecce homo di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva». Questo passaggio dall’altissimo valore antropologico ed ermeneutico porta con sé non banali conseguenze ecclesiologiche.

 

Nella costruzione hobbesiana l’homo homini lupus, infatti,è la ragione ultima che fonda il potere assoluto della monarchia seicentesca. Se la Chiesa è chiamata a rinnovare tale assunto antropologico sostituendolo con una visione di uomo plasmata sull’umanità di Gesù stesso, come potrà perpetuare un modello di potere, quello del Papa stesso, e con lui dei cardinali e dei vescovi, che ha essenzialmente lo stesso stampo? Potere che ancora oggi viene considerato “supremo, pieno, immediato e universale” (canone 331).

 

Credo che Francesco abbia colto appieno questa contraddizione e che, soprattutto, abbia deciso di agire di conseguenza. In altre parole, quell’Ecce homo può aiutarci a comprendere più in profondità l’opera rivoluzionaria di riforma della Chiesa che egli sta portando avanti, non senza difficoltà come si sa, riforma anche delle strutture, a partire da quelle della curia romana.

 

Francesco sta rompendo quel circolo vizioso secondo cui, sempre per citare Hobbes, «il potere si può assicurare solo con il potere, sempre più potere». Il Papa a Firenze ha invece pregato Dio affinché «protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d'immagine, di denaro». E ai vescovi ha chiesto di essere pastori e non principi: sia questa la vostra gioia. Sarà la gente a sostenervi».

 

Fuori dalla fortezza e per le strade accanto agli ultimi; ecco la Chiesa italiana che Papa Francesco sogna, e noi con lui.

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