La canzone di Alex

«Ho conosciuto mio padre quando ero nella condizione di non chiedergli nulla, ma di dargli quello che lui non aveva forse mai avuto».
Illustrazione di Valerio Spinelli
All’università avevo uno studente, Alessandro, Alex, che veniva alle lezioni quando ne aveva voglia. Un ragazzo scontroso, sospettoso, mai disposto ad ascoltare. I suoi modi di fare erano sempre provocatori. Chiuso nei suoi pensieri, che fosse presente o assente era lo stesso. Geloso e possessivo com’era, con le ragazze, nonostante fosse un tipo attraente, gli andava sempre male. Nessun amico. Tutti lo emarginavano.

 

Un giorno, stavo uscendo in fretta dall’università per andare a sbrigare qualcosa e vidi Alex seduto su una panchina, accanto alla sua chitarra, che stava riparando la bicicletta.

«Non mi separo mai dalla bicicletta… e dalla chitarra», disse per ringraziarmi dell’essermi offerto di aiutarlo. Sistemata la catena della bici, mentre si puliva con un fazzolettino di carta, mi chiese se conoscevo Wonderful life di Black, Colin Vearncombe, una canzone che già riscuoteva successo anche fuori dall’Inghilterra.

 

Rimasi scioccato sia dalla voce, sia dalla bravura del chitarrista. Dimenticai le cose urgenti che avevo da fare e chiesi ad Alex di tradurmi le parole della canzone: «Non c’è bisogno di fuggire e nascondersi /È una meravigliosa, meravigliosa vita / Non c’è bisogno di ridere e piangere / È una meravigliosa, meravigliosa vita».

 

Quando arrivò alla strofa: «Ho bisogno di un amico», mi sembrò che i suoi occhi, che guardavano lontano, fossero come due profonde feritoie che spaccavano il suo volto e rivelassero un abisso inesplorato di dolore.

 

Il mio silenzio gettò ad Alex un ponte, e cominciò: «Mio padre ci abbandonò che non avevo compiuto otto mesi. Mia madre da quel momento – questo lo seppi poi da mia nonna – divenne sempre più estranea alla vita. Neppure la mia presenza la legò alla realtà. Dopo dolorosi anni di alcol, si buttò sotto un treno. Mio padre, sempre assente, neanche in quella tragedia riapparve all’orizzonte. I nonni materni divennero i miei angeli custodi. E anche un’amica di mia madre mi fu ed è tuttora molto vicina. Fu lei a regalarmi la prima e poi tutte le biciclette che ho avuto, anche la chitarra è un suo dono di Natale. La mia vita è un’infinita quantità di zeri che costituiscono la mia vergogna. Ci vorrebbe una cifra che, messa davanti, dia a essi un valore e un senso».

 

Gli anni universitari passarono. Poi un giorno Alex mi comunicò la serietà di un rapporto maturato con una ex compagna d’università e, non molto tempo dopo, mi chiese di essere testimone alle loro nozze.

Il primo bambino, Lorenzo, aveva quasi un anno quando Alex ricevette dal comune la comunicazione che qualcuno voleva mettersi in contatto con lui. Era il padre: «Non so cosa sia un padre, ma so cosa significhi avere un figlio. Vorrei che mio padre provasse la stessa gioia che mi dà Lorenzo».

 

Alex si preparò felice all’incontro con un uomo che non aveva mai visto, nemmeno in fotografia, che non aveva risposto a nessuna sua lettera, che era mancato ai doveri di padre, che non lo aveva mai aiutato, né cercato… ma era suo padre.

«In quell’ufficio del comune vidi uno che, tremando, veniva verso di me. Corsi ad abbracciarlo. Rispose al mio abbraccio piangendo. Gli parlai di Lorenzo, di mia moglie, del secondo figlio che attendevamo. Gli mostrai delle foto. Lui non diceva niente. Guardava me, le foto e piangeva. Mi lasciò il suo indirizzo e mi promise che sarebbe venuto presto a trovarci con Giacinta, la sua compagna. Così avvenne. Fu una grande festa quel giorno e seguirono incontri frequenti. Loro si ritrovarono nonni felici. Un giorno ero a casa con mio padre e Lorenzo che sul tavolo della cucina ci intratteneva con la sua vivacità e le sue innocenti trovate.

 

«A un certo punto mio padre, guardando con commozione il bambino, disse: “La gioia di vederti crescere non l’ho avuta. La famiglia mi stava stretta. Scappai senza rendermi conto di quello che stavo facendo e tutta la vita è stata una fuga. Mi arrivavano le tue lettere, ma non volevo avere responsabilità. Quando ho calcolato che eri già un uomo, ho temuto che mi avresti ammazzato. Me lo sarei meritato. Ho saputo anche della fine che ha fatto tua madre. Era troppo innamorata di me e io l’ho sempre tradita. È stata Giacinta a convincermi a rintracciarti. Anche lei ha dei figli e sa cosa significa un figlio. Temevo la tua vendetta”.

 

«Così disse. Davanti a quell’uomo infelice provai una strana sensazione: sentii che era mio figlio e, mentre piegava il capo fino a toccare il tavolo con la fronte per nascondere i singhiozzi, Lorenzo lo accarezzò con la dolcezza che solo un bambino possiede. Con tutte e due le manine. Guardai la scena. Certi quadri non si possono mai riprodurre. Sono momenti di preghiera, carichi di una sacra Presenza che ci contiene tutti.

 

«Ho ripensato alla panchina del giardino dell’università, quando ti promisi che non avrei guardato più verso il buio. Da solo non ce l’avrei fatta. Da quel giorno ho messo uno stop alla mia discesa e, gradino dopo gradino, ho cominciato a guardare “direttamente verso la luce del sole”, come canta Black.

 

«Lì in cucina mi resi conto che avevo ritrovato mio padre quando ero nella condizione di non chiedergli nulla, ma di dargli quello che lui non aveva forse mai avuto. Allora sono corso allora a prendere la chitarra e cominciai a cantare: “Non c’è bisogno di fuggire e nascondersi/ È una meravigliosa, meravigliosa vita/ Non c’è bisogno di ridere e piangere/ È una meravigliosa, meravigliosa vita”».

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