La Cambogia 39 anni dopo i khmer rossi

Il regime portò allo sterminio di circa 2 milioni di persone, metà della popolazione di un Paese che ancora stenta a trovare una via democratica di sviluppo, tra l'influenza cinese e l'impotenza di Usa e Ue.
Hun Sen, il primo ministro della Cambogia

Sono passati 39 anni da quel conflitto a dir poco pazzesco che ebbe come teatro l’allora tranquillo Paese chiamato Cambogia. Il nefasto periodo dei khmer rossi (soprannome iniziale dato al Partito comunista della Cambogia, che poi si trasformò in Partito democratico cambogiano), dal 1975 al 1979, faceva in realtà seguito a un altro terribile conflitto che la regione (meglio dire l’umanità) aveva mai sperimentato: quella del Vietnam, tra il 1955 ed il 1975. Gli Usa e le truppe alleate concentrate al Sud combattevano il regime comunista del Nord, ma intenzionato a liberare il Meridione. Una guerra che fece 3 milioni di morti tra i vietnamiti e circa 50 mila tra i soldati statunitensi. Ancora oggi il Vietnam porta le sue cicatrici: come anche la memoria storica degli Usa non ha dimenticato i suoi morti e anche i suoi errori, in parte, ancora da riparare.

La Cambogia fu governata per 4 anni, dal ’75 al ’79, da Pol Pot, Nuon Chea, Leng Sary, Son Sen e Khieu Samphan, i leader del partito comunista che svuotarono le città, costringendo la popolazione a vagare per le campagne e molte volte a trovare lì la morte. Il noto film, Killing fields, descrisse molto bene quegli anni e la crudeltà dei khmer rossi. Bastava avere anche solo un paio di occhiali per essere giustiziati: gli occhiali erano segno di appartenenza alla borghesia. Il piano di questi signori della morte era di tornare all’anno zero della storia della Cambogia. Un piano quasi riuscito. L’invasione da parte delle truppe vietnamite il 7 gennaio del 1979, portò alla fine di questo folle regime e con gli anni sono stati assicurati alla giustizia alcuni degli autori. Altri sono morti, come Pol Pot, ed alcuni giacciono in prigione, come il famigerato presidente Khieu Samphan.

Ed oggi? Alla guida del Paese c’è, a dire la verità, un ex khmer rosso, Hun Sen, improvvisamente “convertito” ad una nuova causa: in pratica, come abbiamo già scritto, da quei giorni fino ad oggi è diventato il “Padre-Padrone” della Cambogia, coadiuvato dai familiari e collaboratori. Il partito d’opposizione, il Cambogia National Rescue Party (Partito cambogiano di salvezza nazionale) è stato, lo scorso settembre, soppresso e il suo leader, Kem Sokha, zittito. Conseguenza: con le prossime elezioni in luglio, cesseranno gli aiuti da parte degli Usa e dell’Unione europea. Un ritiro di cui Hun Sen non si è minimamente preoccupato.

Mekong
Mekong

Solo la Cina, come finanziatore (che compete con il Giappone nel primato di aiuti in tutta la regione) rimane a fianco di Hun Sen, e continua con i suoi pesanti e importanti investimenti nelle infrastrutture del Paese, in continua espansione. Come per gli investimenti per lo sviluppo del fiume Mekong, che diventerà un nodo importante di commercio tra Cina e Cambogia; quest’ultima ha ricevuto in questi giorni altri 300 milioni di dollari come nuovo investimento. Il Mekong rappresenta un punto di attrito tra i Paesi della regione bagnati dal grande fiume, ed il Vietnam, l’ultimo a trarne beneficio lungo il suo percorso, è particolarmente preoccupato per i progetti idroelettrici di Cina e Laos. Tali progetti porterebbero nel 2019 ad una sostanziale riduzione del flusso delle acque vero il Delta del Mekong.

Un stima recente calcola che circa 60 milioni di persone sarebbero a rischio se l’acqua del Mekong fosse ridotta drasticamente da Cina e Laos (che venderebbero l’energia elettrica alla Thailandia, per la “luminosa” Bangkok). Tutto questo per il Vietnam è fonte di grosse preoccupazioni. Anche il nuovo aeroporto per la capitale cambogiana, Phnom Phenh, costruito sempre con un forte apporto finanziario cinese, segnerà un altro passo importante della già stretta collaborazione tra la nuova Cambogia e la Cina.

Purtroppo sia Usa che Unione europea non riescono a trovare il filo della matassa per aiutare la Cambogia a dirigersi verso uno sviluppo sostenibile e una transizione più democratica, che favorisca anche la classe media, cioè la stragrande maggioranza della popolazione. Sembra che Hun Sen voglia trasformare il Paese in un idilliaco paradiso turistico per ricchi stranieri disinteressati ai problemi della gente; in paradiso fiscale per le industrie “sporche” che non riescono a sorgere in Paesi con più attente leggi anti-inquinamento; ed un’oasi nascosta per coloro che debbono far perdere le proprie tracce, visto che la Thailandia sembra stia dando la caccia a tutti gli stranieri ricercati e rifugiati (si parla di migliai ormai) entro i suoi confini, come già scritto in “Thailandia: il refugium peccatorum dell’Asia”.

Il 7 gennaio ha segnato una tappa importante per il governo di Hun Sen, ma le prossime elezioni di luglio si prennunciano una vera farsa. Vincerà ancora lui, ma a quale costo per la popolazione e per la democrazia? Non sarebbe il caso che tutti gli investitori stranieri facessero qualche sorta di pressione per assicurare un clima democratico a queste elezioni?

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