La “barba antimafia” di Vincenzo Agostino

La Procura generale di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per due boss e un loro presunto complice ritenuti i killer dell’agente di Polizia Antonino Agostino, ucciso nel 1989. Un delitto irrisolto, su cui aleggiano i misteri di depistaggi e carte scomparse. Il padre di Nino, Agostino, ha lasciato crescere la barba e ha chiesto la verità. La taglierà solo quando questa arriverà

Quella lunga barba bianca è il simbolo di una battaglia costante. Diuturna, incessante, che non si ferma  mai. Vincenzo Agostino non l’ha mai tagliata da quel giorno lontano di 31 anni fa (era il 5 agosto 1989), quando il figlio Antonino, agente di Polizia in servizio a Palermo, venne ucciso dai killer insieme alla moglie Ida e al loro figlioletto che aspettava di nascere nel grembo della madre.

Era una famiglia felice quella di Ida e Antonino. Si erano sposati da poco e quel giorno avevano appena dato la notizia della gravidanza ai parenti, riuniti nella casa di Villagrazia di Carini per il compleanno della sorella di lui, Flora.

Erano vicini al cancello della villetta, nel pomeriggio, quando due uomini in motocicletta si avvicinarono ed esplosero dei colpi, da distanza ravvicinata. Antonino cercò subito di coprire la moglie, poi stramazzò al suolo. Ida forse riuscì a dire “Vi conosco” quando venne freddata da un altro colpo. Morì pochi momenti dopo il ricovero in ospedale. Antonino, invece, era morto sul colpo. Dalla tasca dei pantaloni il padre Agostino estrasse il portafoglio e vi trovò un foglietto. C’era scritto: «Se mi succede qualcosa, andate a guardare nell’armadio della mia stanza da letto». Ma di ciò che venne trovato in quella casa non c’è traccia negli atti dell’inchiesta della Procura di Palermo. Quelle carte – se mai sono esistite − sono scomparse. Pare addirittura – è questo uno dei sospetti − che qualcuno si sia introdotto nottetempo in quella casa per svuotare gli armadi. Dai corposi faldoni dell’inchiesta è scomparso persino il verbale delle dichiarazioni spontanee rese dal padre Vincenzo che, poco dopo la morte del figlio si presentò negli uffici della Squadra Mobile e raccontò che, circa 20 giorni prima, due uomini che si erano qualificati come poliziotti, come colleghi di Nino, erano venuti a cercarlo a casa. Uno di loro aveva “la faccia da mostro”, come butterata dal vaiolo e i capelli biondi. Una descrizione che ricorre anche un’altra inchiesta, un volto appartenente ad un uomo che non è mai stato trovato. O che potrebbe coincidere con quello di una persona morta di recente che, ovviamente, ha sempre negato.

Le dichiarazioni di Vincenzo Agostino, la sua richiesta di verità, si infransero contro il muro di gomma delle istituzioni dove, con tutta probabilità, in quegli anni, la mafia era riuscita ad infiltrarsi. Pare che Nino fosse anche un agente del Sisde sotto copertura e che avesse scoperto qualcosa. Probabilmente, indagava sul fallito attentato dell’Addaura, l’episodio avvenuto 40 giorni prima, quando una bomba inesplosa venne ritrovata nei pressi della villa sul mare dove si trovava il giudice Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo. Falcone, quel giorno, aspettava la visita del magistrato svizzero Carla Del Ponte, con cui collaborava e di altri suoi colleghi.

Ma di tutto questo, dell’attività di Nino Agostino, nonostante le dichiarazioni controverse di un pentito, che parlò di una sua presenza all’Addaura, non c’è stato, finora, alcun riscontro certo. Di certo, le indagini non seguirono questa pista, si ipotizzò persino un delitto per motivi passionali (una sorta di refrain spesso presente nelle indagini di mafia …. secondo un antico vezzo siculo mai sopito), si parlò di una antica fidanzata di Nino. Un’ipotesi assurda, balorda, secondo il padre, che per anni ha continuato, costantemente, a cercare la verità. E a chiederla con forza. Continuando a non tagliare la barba finché  non si fosse fatta luce sul delitto.

Da pochi giorni, dalla Procura generale di Palermo è arrivata la risposta tanto attesa. La Procura, oggi guidata da Roberto Scarpinato, ha chiesto il rinvio a giudizio dei boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto. Un altro mafioso, Francesco Paolo Rizzuto, dovrebbe essere processato per favoreggiamento aggravato. Sarebbero loro i responsabili dell’assassinio dell’agente di Polizia Nino Agostino.  Il caso irrisolto per anni comincia a dipanarsi. E si dilegua, definitivamente, l’assurda pista passionale con la quale lo si era voluto ammantare. Nonostante la mancanza di documenti (alcuni documenti sequestrati forse furono distrutti, o comunque sono andati stranamente perduti), l’accertamento difficile della verità è arrivato. Dopo 31 lunghissimi anni. Se fosse nato, il figlio di Ida e Nino oggi sarebbe un giovane uomo.

Il duplice omicidio era maturato probabilmente nell’ambito di quegli ambienti che erano a conoscenza dell’attività segreta di intelligence dell’agente Agostino. E che, probabilmente, avevano degli addentellati nelle stanze della Questura. E forse Nino Agostino lo aveva scoperto e anche su questo stava indagando. Ma forse – è questa una delle ipotesi più inquietanti – lo stesso gruppo di cui Agostino e Piazza facevano parte poteva avere finalità diverse di quelle della caccia ai latitanti, forse anche lì si annidavano le radici delle connivenze Stato-Mafia. E forse la stessa Cosa Nostra, in maniera ramificata, aveva contatti e addentellati diversi.

Nino Agostino, dunque, venne ucciso. E con lui eliminata anche la moglie Ida. Perché? Fu un caso? I killer non vollero lasciare in vita una pericolosa testimone? Forse è vero che la donna, già a terra, avrebbe detto “Vi ho riconosciuti” (circostanza mai del tutto accertata)? O forse perché ritenevano che ella conoscesse alcuni dei segreti di Nino e che sapesse comunque dove erano nascoste le sue carte che invece, dopo la morte di entrambi, furono fatte sparire con più facilità e senza che nessuno potesse dire nulla della loro presenza.

Un anno dopo venne ucciso anche Emanuele Piazza, anch’egli collaboratore dei servizi segreti, anch’egli forse  a parte di qualche segreto dell’Addaura. E anche per quel delitto si cercò la fantomatica e sempre utile scappatoia della “pista passionale”.

Molte cose non si conoscono ancora su quel duplice delitto, probabilmente collegato anche agli omicidi, 3 anni dopo, dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Falcone conosceva Nino Agostino, che probabilmente collaborava con lui e, dopo il suo funerale, disse: «A quel ragazzo debbo la vita» (forse con riferimento al fallito attentato dell’Addaura).

Ma sulla quella vicenda e quei delitti controversi oggi finalmente si è pronunciata una parola chiara. Forse si sta seguendo la via della verità. E ora, forse, se arriverà una condanna, Vincenzo Agostino potrà tagliare la barba.

Nel frattempo, lo scorso anno, è morta la moglie, Augusta Schiera, sempre al suo fianco nella battaglia per la verità. Vincenzo Agostino è rimasto solo. Ma la sua lotta, finalmente, potrà dirsi conclusa.

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