l mistero Amadeus

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Tutti credono di conoscerlo. Salisburgo e Vienna, le città dove è nato e scomparso e dove restano le tracce della sua breve, frenetica vicenda umana. I musicisti che lo indagano e la gente di ogni età che lo ama, senza nemmeno sapere bene il perché. Mozart piace, è di tutti. Ma lui, il divino fanciullo, che si offre senza limiti di tempo o di spazio al godimento universale, resta come la luce: onnipresente e inafferrabile. Ho avuto questa certezza, molti anni fa, quando in un momento di dolore, ho per la prima volta capito che Mozart non era un brillante musicista del Settecento incipriato, ma un conoscitore finissimo, sempre imprendibile, del cuore umano. La stessa idea m’è tornata in seguito, soffermandomi sulle tombe terragne del cimitero di Salisburgo, dove dormono i familiari, ma lui, non c’è: nemmeno a Vienna, la città dei suoi successi effimeri, dove non esiste alcuna tomba. Esiste la sua musica. Ed è la riprova che il tempo di un uomo tutto cancella tranne lo spirito, e le sue creazioni. Così la musica di Mozart continua a indagare tutto lo spettro dei sentimenti e delle vicende umane con una naturalezza che la rende subito fresca, appetibile: facile, all’apparenza. Mentre è invece una musica che, dall’alto di una purezza sorgiva e di un distacco interiore invidiabile, non si ferma davanti a nulla, pur senza nulla giudicare. La ricerca della felicità, nella Trilogia italiana – Le Nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte -, l’ansia di redenzione – Il Flauto magico -, l’anelito spirituale compreso tra contemplazione e speranza – Requiem e Ave verum, a pochi giorni dalla morte. E poi il sorriso furbo della giovinezza – Il ratto dal Serraglio – e il divertimento gioioso, spensierato, dei Concerti per vari strumenti, dove la melodia brilla come una festa, ma anche assapora melanconie e improvvise ascensioni al trascendente. È l’anima sempre fresca di Amadeus che, inaspettatamente, in una Sinfonia o in un Concerto pare liberarsi da tutto ciò che è terreno, e pure lo attira, e parlare di una bellezza che non conosce altre parole se non sé stessa. Anche affidandosi ad una sola nota. Forse sta in questo il fascino della sua musica eternamente giovane. Ché, se dell’uomo Wolfgang la storia ricorda gli interessi poliedrici e le disavventu- re, l’arte forse li ringrazia, perché sublimandoli – come ha intuito il pur antistorico film Amadeus di Forman – il genio ha potuto vivere. Per la rivelazione completa però occorre aspettare: in ogni brano c’è un filo della sua anima, che appena vuol essere trattenuta, ci sfugge. Mozart infatti non vuole essere posseduto, nemmeno per amore. Quella libertà che nella vita gli ha permesso di creare e di soffrire, la mantiene. È con essa infatti che può guardare senza giudizio l’umanità: non per nulla uno dei temi insistenti – ma ancora non valutati – nel suo teatro e più pudicamente, nell’opera sinfonica e cameristica, è quello del perdono. Sarà forse, inconsapevolmente, anche questo uno dei motivi che spinge chiunque a sentirsi riposato, in quiete, e talora soavemente turbato, dalle note così naturali di Wolfgang Amadeus? Chissà. Per ora ci accostiamo in punta di piedi ad una musica che non basterà tutta una vita a comprendere nella sua luce. UN DIRETTORE & MOZART Gianluigi Gelmetti, direttore d’orchestra. Maestro, chi è Mozart per lei? Un essere incredibile, un diamante che a seconda della luce, cambia colore e dimensione. Le prime partiture che ho comprato – ero bambino – sono state la Sinfonia Jupiter e Il flauto magico. Mozart è stato il faro della mia vita, l’ho diretto in tutto il mondo. In ogni recita vi ho messo la mia anima, il mio cuore, tutto. Perché è tanto attuale? Credo sia l’autore in assoluto libero da gelosie, sia al suo tempo – al di là delle favole su Salieri – sia in seguito. Tutti l’hanno riconosciuto un musicista speciale: è la perfezione. Spesso si parla di ambiguità mozartiana. Un termine, per me, inesatto, riduttivo, perché lui è poliedrico, inafferrabile, non tollera violenze interpretative. Va lasciato esprimere. Noi musicisti siamo come un ponte, mettiamo a disposizione le nostre capacità, il nostro corpo, lo spirito, perché lui si esprima tramite noi. Mozart non subisce le cosiddette chiavi interpretative, non le sopporta. Di volta in volta decide quello che vuole. Anche in tournée, di sera in sera è lui che cambia: pensi di fare una cosa tragica e ti esce lo sberleffo, una grottesca e ti esce la serenità, una cosa serena e ti appare la morte. Sei convinto di fare la morte e ti si rivela la trascendenza. Cosa le continua a dare Mozart? Ogni anno devo farlo, come Rossini. Mozart pulisce l’anima. Mi avvicino a lui ogni volta con animo deferente, umile, amichevole. Lui ogni volta non rinnega la sua profonda umanità, però ti riesce ad elevare a livelli più alti. Si è molto detto su Mozart massone, eccetera. Ma all’epoca la massoneria era altra cosa da quella risorgimentale! Ogni compositore quando si avvicina al sacro è nel suo momento più vero: Mozart non è devozionale, non è arrogante, è un’astrazione pura. Mentre, secondo me, i compositori sono uomini che dal basso cercano di salire a Dio, Mozart viene dall’alto.

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