L’ Italia davanti al conflitto israelopalestinese

Contrapposte manifestazioni in tutta Italia a sostegno delle ragioni delle parti in conflitto. Incoraggianti segnali di ricerca di una pace giusta, ma resta il nodo politico delle fornitura di armi ad Israele nonostante il divieto della legge 185/90
Italia, Palestina Israele AP Photo/Khalil Hamra

L’Italia è, da sempre, strettamente determinata da quanto avviene in Medio Oriente. In particolare in Terra santa, cioè la travagliata aera geografica che vede attualmente la presenza dello Stato di Israele e quella, assai ridotta e frammentata, dell’Autorità nazionale palestinese.

Gerusalemme © Michele Zanzucchi 2005

Gli esponenti politici della cosiddetta Prima Repubblica esprimevano una certa “equi vicinanza” nei confronti dei due popoli, distinguendosi perciò dalla stretta obbedienza atlantista richiesta dall’alleanza con gli Usa, grandi sostenitori e protettori di Israele. L’ostilità di alcune amministrazioni statunitensi verso Aldo Moro, condivisa da settori deviati dello Stato italiano, trovava ragione nella sua capacità di visione politica originale e autonoma.

Il favore verso la causa palestinese, con numerosi esponenti della diaspora accolti in Italia, era associato a quello verso Israele, non potendo disconoscere la presenza di antiche comunità ebraiche in diverse città e la grave responsabilità nell’Olocausto da parte del nostro Paese sotto il fascismo.

Tale presa di posizione era in linea con la risoluzione dell’Onu del 1947 a favore del riconoscimento di due Stati sovrani e indipendenti. Nel corso degli anni il conflitto israelopalestinese non ha trovato, nonostante numerosi tentativi, una soluzione pacifica, ma ha visto la progressiva espansione di Israele nei territori assegnati alla Palestina e la crescita, a partire dai campi profughi, della componente islamistica di Hamas a discapito della tradizionale impostazione laica dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).

(AP Photo/Mahmoud Illean)

Il conflitto in corso, che avviene, nel maggio 2021, in diretta mondiale trova una causa scatenante nello sfratto di alcune famiglie palestinesi da Gerusalemme quale tassello di una strategia che mira a blindare la “città santa” quale “capitale di Israele”, fuori da ogni status internazionale o di condivisione tra i due stati. In tal senso si è mossa l’amministrazione statunitense di Trump portando a compimento una scelta già fatta dai precedenti inquilini della Casa Bianca.

Il lancio di migliaia di razzi contro Israele dalla striscia di Gaza, territorio sotto controllo di Hamas, ha innescato il bombardamento da parte dell’esercito israeliano. Per una visione approfindita si rimanda ai contributi dal Medio Oriente di Bruno Cantamessa.

Piazze divise
Nel pieno del conflitto si svolgono manifestazioni di segno opposto in tutto il mondo. In Italia è stata molto significativa quella che si è tenuta a Roma sotto l’impulso della comunità ebraica capitolina che ha chiesto solidarietà contro gli attacchi terroristici di Hamas, rivendicando il diritto di difesa da parte di Israele. La partecipazione del segretario del Pd Enrico Letta, assieme a rappresentati di 5 Stelle e Italia Viva oltre a Forza Italia e Lega, ha provocato un certo malumore all’interno del centro sinistra, nonostante i distinguo presenti nel discorso di Letta, e di tutta un’area politica che si è invece compattata in grandi manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese che si sono svolte in diverse città a partire da Milano e Roma.

L’Italia è anche ricca di esperienze di rapporti intrattenuti in questi anni con percorsi di dialogo e pace esistenti tra la società palestinese e quella israeliana. In questo senso si pone l’iniziativa lanciata ad Assisi nel novembre 2020 per cercare di mettere faticosamente attorno ad un tavolo molte associazioni italiane, palestinesi e israeliane che credono ancora possibile la soluzione dei due stati e non vogliono cedere alla logica dello scontro autodistruttivo. Una diplomazia popolare che vede la presenza importante dei sindacati e lancia ora ripetuti appelli per fermare le stragi.

Segnali importanti arrivano dalla comunità ebraica di Milano che sul suo sito riporta l’iniziativa dell’organizzazione non profit Yad be Yad (mano nella mano) che gestisce diverse scuole ebraico-arabe e ha promosso, a Gerusalemme, una manifestazione   a favore della coesistenza e  contro la violenza usando lo slogan “Non vogliamo essere nemici”. Anche per l’economista Giorgio Gomel, del direttivo di Jcall (un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostegno a una soluzione “a due Stati” del conflitto israelo-palestinese), è motivo di conforto la novità di «sindaci, associazioni impegnati nella coesistenza (come l’Alliance for Middle East Peace), scuole, ospedali, comitati spontanei di cittadini che manifestano insieme, arabi ed ebrei, sulle strade del Paese, in difesa della pace, dell’eguaglianza e della democrazia». Ad ogni modo, come osserva Gomel, «anche qualora si giunga ad una tregua fra le parti, dovrebbe essere evidente agli israeliani come sia illusorio ritenere che i palestinesi accettino una condizione permanente di soggezione».

La questione delle armi italiane


Di fronte a tale scenario resta da capire se il nostro Paese sia solamente uno spettatore inerte di quanto sta accadendo.

La realtà delle cose è più complessa come fa notare la campagna di pressione alle banche “armate”, promossa da tre riviste missionarie cattoliche, secondo la quale si è registrato un incremento di vendita di armi ad Israele a partire dalla fornitura, nel 2012, «di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 della Alenia Aermacchi, azienda del gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo S.p.A.): velivoli già predisposti nella versione da combattimento multi-ruolo “fighter attack”».

Nel febbraio 2019 «i ministeri della Difesa italiano e israeliano hanno firmato un accordo per l’acquisto di sette elicotteri AW119Kx d’addestramento avanzato per le forze aeree israeliane, del valore di 350 milioni di dollari, in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un valore equivalente di tecnologia militare israeliana». Oltre a questa commessa, «nell’ultimo quinquennio (2016-2020) l’Italia ha autorizzato esportazioni militari a Israele per un valore complessivo di oltre 90 milioni di euro che comprendono armi semiautomatiche, bombe e missili, strumenti per la direzione del tiro e apparecchi per l’addestramento militare».

C’è inoltre da tener presente che l’aviazione israeliana utilizza, nelle proprie azioni, anche i caccia bombardieri F35 della Lockheed Martin che rientrano nel progetto internazionale dove l’Italia è coinvolta come acquirente e partner produttivo di secondo livello con sede operativa a Cameri (Novara).

Tali aerei militari sono predisposti per trasportare ordigni nucleari di nuova generazione e la questione non è affatto remota dato che Israele è uno dei Paesi in possesso dell’arma nucleare.

A prescindere, quindi, da ogni altra considerazione, è ragionevole chiedere al governo italiano di sospendere l’invio di armi ad uno Stato coinvolto in un conflitto che continua a mietere vittime innocenti.

Ma, al momento, non si riscontra alcuna volontà dei maggiori partiti, e quindi del governo, di affrontare il nodo politico dell’applicazione della legge 185/90 che vieta di fornire armi a Paesi in guerra e/o che violano i diritti umani. Un’inerzia che può essere colmata dall’iniziativa di una cittadinanza attiva e responsabile che non vuole restare indifferente.

In questo senso emerge ancora una volta l’azione dei lavoratori portuali che, dopo il noto rifiuto di caricare armi su una nave saudita a Genova, hanno impedito nel porto di Livorno ogni caricamento sospetto di sistemi d’arma di una nave portacontainer diretta in Israele. Sulla vicenda l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei (Weapon Watch), ha chiesto alle autorità portuali e al governo chiarimenti circa una partita «di proiettili ad alta precisione destinati al porto israeliano di Ashdod che sono stati imbarcati il 13 maggio 2021 a Genova».

 

 

 

 

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