Kosovo ultimo atto

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Ho ancora nettissima nella memoria l’immagine di una grande carta etnica della Jugoslavia. Così dettagliata non l’avevo vista mai, e mi colpì la frantumazione delle particelle variamente colorate che distinguevano le minoranze e che coprivano a macchia di leopardo zone più vaste di diverso colore che indicavano l’etnia dominante in quella regione. Era ancora Tito, a quel tempo, al vertice della Repubblica federale, e quella carta sembrava sottolineare il miracolo compiuto dal suo regime in quel Paese che, visto da fuori, appariva compatto e aggressivo verso i suoi nemici esterni dai quali si sentiva assediato. Mi trovavo in Kosovo, a Pristina, in un ufficio centrale della polizia, l’equivalente della nostra questura, per ottenere il rinnovo di un visto sul passaporto; e giusto quella carta etnica che avevo davanti evidenziava in quella regione la presenza dominante degli albanesi. Per strada li si riconosceva dal copricapo bianco che portavano. I serbi, invece, sparuta minoranza, li si incontrava compatti alle funzioni festive nelle chiese ortodosse. Fu qualche anno più tardi, nella fase della successione a Tito, che emersero le tensioni latenti a dimostrare quanto quella apparente pace fosse effimera. E negli anni successivi siamo stati testimoni della disintegrazione violenta della Jugoslavia quando quei punti colorati divennero lapilli di fuoco su un magma eruttivo in piena attività. A cominciare dalla Slovenia, le varie repubbliche della Federazione si staccarono dal governo centrale di Belgrado, presieduto allora a rotazione da un loro rappresentante, ma di fatto dominato dai serbi che avevano nelle loro mani l’esercito e quasi tutte le leve del potere. La pri- ma secessione avvenne in forma quasi indolore. Sempre più cruento fu invece il distacco delle altre repubbliche. La distruzione della città croata di Vucovar, e delle bosniache Sarajevo e Srebrenica, sono tappe ben note di una storia feroce che ha portato la Croazia prima, e poi la Bosnia a staccarsi dalla Serbia. Non meno problematica è la secessione del Kosovo perché, almeno formalmente, quella regione era ed è parte integrante della Serbia, della cui storia nazionale è stata la culla. Subito si capì che gli albanesi, che formano ormai il 90 per cento della popolazione di questa regione, non avrebbero mai accettato di soggiacere indefinitamente ai serbi. Sarebbe stata solo questione di tempo, ma avrebbero conquistato anche loro la propria indipendenza. Solo la presenza armata di un forte contingente internazionale garantisce ormai da anni la tregua che vede i pochi serbi rimasti confinati al nord oltre l’Ibar o assediati in piccole enclaves, come quelle attorno agli antichi monasteri ortodossi di Decani o di Gracanica, o del patriarcato ortodosso di Pec. Indietro, certamente, non si può tornare. Anche il Kosovo si avvia dunque all’indipendenza sotto l’egida dell’Unione europea. L’irrigidimento della posizione serba, che ha portato il nazionalista Nikolic a prevalere nella prima tornata elettorale sul moderato Tadic, indica il forte disagio con cui Belgrado vive questa fase conclusiva di un travagliatissimo processo, durato quasi un ventennio, in cui i suoi governanti, avendo scelto di contrastare con la forza il corso della storia, hanno portato il Paese allo sfascio. È significativo oggi il fatto che la Slovenia, prima fra le repubbliche della ex Jugoslavia ad entrare nell’Unione europea, sia già arrivata ad assumerne la presidenza. E a fissare, fra i suoi obiettivi prioritari, quello di favorire il processo di pacificazione nella penisola balcanica, premessa incondizionata per un definitivo ingresso nell’Unione di chi ancora ne è escluso, cioè di Serbia, Montenegro e Macedonia; e, si può pensare, pure dell’Albania e del Kosovo, superando ostacoli anche psicologici non meno gravi. Ce lo ha confermato nell’intervista concessaci in questi giorni e pubblicata sul n. 1 di Città nuova, il deputato sloveno al Parlamento europeo Lojze Peterle. Sarà importante che anche i Paesi europei, spettatori non sempre passivi di queste vicende, sappiano riconoscere che i loro ondivaghi e spesso contraddittori comportamenti – ereditati da una vecchia mentalità che li ha visti per lungo tempo competere fra loro per accrescere la propria influenza nei Balcani -, non hanno certo favorito la pace nella regione. Ciò potrebbe finalmente preludere ad una pacifica rinascita di queste martoriate terre.

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