Knut Hamsun e il richiamo della terra

Luci e ombre di un gigante della letteratura mondiale. Riedito in una nuova traduzione il romanzo che gli valse il Premio Nobel
Knut Hamsun

Causa di tutti i guai patiti da Knut Hamsun in tarda età fu probabilmente l’esser vissuto troppo a lungo, fino ai 92 anni. Si fosse fermato agli 80, compiuti nel 1939, sarebbe rimasto il beniamino di una piccola nazione – la Norvegia – che egli aveva contribuito a far conoscere e apprezzare anche oltre i confini d’Europa con la sua vasta opera letteraria.

Primo autore norvegese ad essere insignito del Premio Nobel nel 1920, nella sua giovinezza trascorsa miseramente Hamsun aveva fatto ogni sorta di mestiere, da mandriano a merciaio ambulante, da controllore di biglietti del tram a maestro di scuola “itinerante”, fino a dedicarsi anima e corpo a quella che era la sua autentica vocazione, la letteratura. Ambientalista ante litteram, critico della società capitalista votata al profitto e nemica dello spirito, nei suoi romanzi in larga misura autobiografici lo scrittore nato in una vallata del Nordland dalle millenarie tradizioni celebrò il legame mistico uomo-natura e il girovago solitario in perenne ricerca di uno scopo della vita. Lui stesso – spirito irrequieto e disordinato nella vita privata – viaggiò molto, dall’Europa agli Usa. Soprattutto fu un poeta in prosa, anche se non mancò di produrre raccolte poetiche.

I guai di Hamsun, dicevo. È vero che già prima del 1939 l’introverso profeta della vita intima aveva manifestato esagerate simpatie per il nazionalsocialismo tedesco e per tutto ciò che portava il timbro Germania: al dire degli amici, manie senili di un artista ingenuo e privo di una chiara visione politica, “perso” nel suo mondo ideale. Senonché dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale e l’occupazione della Norvegia nel 1940 per ordine di Hitler, la patria non poté chiudere un occhio sulle scelte incomprensibili del suo illustre figlio, scelte che ne facevano un collaborazionista e un traditore.

Com’era possibile che l’autore di romanzi come Fame, Misteri, Pan, Victoria, la cosiddetta Trilogia del vagabondo e tanti altri, che avevano portato la Norvegia ad un ruolo di primo piano nell’agone letterario europeo, si fosse prostituito alla deplorevole ideologia nazista? Manzoni avrebbe tirato in ballo il “guazzabuglio dell’animo umano”. Si ripresentava insomma, con Hamsun, la figura dell’artista “doppio”: da una parte gli esiti luminosi di un talento eccezionale, dall’altra le ombre dovute alla fragilità umana.

Se non fosse stato per il clima incandescente di quel periodo storico, l’aberrazione in cui era caduto sarebbe stata più facilmente tollerata. Solo la fama e i meriti letterari gli risparmiarono, da parte della patria offesa, un castigo peggiore: gli ultimi anni infatti, resi già critici dalla sua difficoltà ad accettare la vecchiaia e l’attenuarsi della vena poetica, li trascorse internato in un manicomio fino alla condanna, dopo un processo, a pagare una pena pecuniaria. L’ultima sua opera – il libro di memorie Per i sentieri dove cresce l’erba – narra appunto anche questa esperienza dolorosa.

Non per scagionare Hamsun dalle sue gravi responsabilità, ma bisogna dargli atto di aver sacrificato coscientemente, in coerenza alle sue convinzioni politiche, la gloria accumulata in tanti anni di dura fatica letteraria.

A distanza di tanto tempo, placate le polemiche, oggi possiamo lasciarci affascinare dalla sirena Hamsun senza temere di finire sugli scogli, sull’esempio di Ulisse, e ammirare la potenza stilistica, il calore umano e il valore letterario soprattutto della prima parte della sua produzione. A cominciare da Fame, del 1890, che molti ritengono il suo capolavoro. Fu il successo clamoroso di questo romanzo d’esordio a indicare nell’autore il più genuino rappresentante di un neoromanticismo intriso di spiritualità e lirismo, che prendeva le distanze dall’ormai estenuata scuola naturalista europea, arrivata per di più in ritardo nella marginale Norvegia.

Altri invece considerano il suo capolavoro l’epopea del lavoro agricolo solidale in opposizione all’alienazione di quello operaio, che gli valse il prestigioso Nobel: Germogli della terra, del 1917, ora ripubblicato in nuova traduzione da Einaudi. Hamsun lo scrisse mentre gli effetti della Prima guerra mondiale pesavano anche sulla Norvegia, sebbene neutrale: cessati, infatti, gli scambi di prodotti industriali, l’economia del Paese doveva reggersi ormai esclusivamente sull’agricoltura ed erano in molti a deplorare i mancati sforzi fatti per incrementarla.

Nella vicenda di Isak e sua moglie Inger, due coloni norvegesi accomunati dal culto della terra, che col duro lavoro di anni, seguendo i ritmi naturali, riescono a trasformare in una fertile proprietà una landa selvaggia, in contrapposizione alle imprese minerarie straniere che non sentono nessuna responsabilità nei confronti del territorio, troviamo un Hamsun particolarmente ispirato, lui che da sempre era stato attratto dalle misteriose forze vitali presenti nella natura, e non solo l’aveva celebrata nei suoi romanzi, ma aveva anche creato una fattoria modello a Norholm presso Kristiansand.

Leggere oggi, a distanza di un secolo, Germogli della terra con gli occhi di chi sta assistendo ai disastri ambientali provocati dall’avidità e dall’insipienza dell’uomo, affezionarsi ai suoi personaggi resi così vivi dal genio dell’autore – pur senza mancare di indignarsi per certe sue affermazioni antiprogressiste, misogine e razziste – può essere il modo migliore di entrare in sintonia con Hamsun nel 70° anniversario della morte, avvenuta il 19 febbraio 1952.

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