Kennedy e l’abisso della guerra nucleare. Attualità per i nostri giorni

Perché rileggere oggi la scelta di John Kennedy nella crisi dei missili del 1962. La tragedia ucraina apre a scenari di guerra nucleare ma l’Italia ha deciso di non partecipare, neanche come osservatore, all’incontro di Vienna dei Paesi aderenti al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari
Nikita Khrushchev walks with John F. Kennedy 1961 (AP Photo)

La morte violenta di John Kennedy resta uno dei misteri della nostra storia contemporanea. Per confondere le acque è stato anche gettato molto fango sulla vita privata del presidente degli Stati Uniti ucciso a Dallas il 22 novembre 1963, ma c’è una traccia consistente che lega quell’evento traumatico, seguito dall’assassinio nel 1968 del fratello Bob Kennedy lanciato verso l’elezione alla Casa Bianca, alla crisi dei missili nucleari sovietici a Cuba del 1962 che portò il mondo sull’orlo della guerra nucleare.

Aggiornamenti sociali ha pubblicato nel 2014 una testimonianza diretta di quei giorni ad opera  di James W. Douglass, esponente del movimento dei Catholic Workers fondato negli Usa da Dorothy Day e Pierre Maurin, che ha avuto accesso a documenti desecretati in grado di intuire cosa sia avvenuto in un’ora oscura della storia, quando tutto appariva precipitare verso l’inevitabile autodistruzione. Una situazione che appare molto simile a quella attuale contrassegnata dalle incognite sulla possibile escalation della tragedia in corso della guerra in Ucraina.

Secondo Douglass «il mistero che avvolge l’assassinio di Kennedy si estende fino a una riunione del 19 ottobre 1962, durante la crisi dei missili di Cuba, in cui il Presidente si oppose alle pressioni dei suoi capi di Stato maggiore che chiedevano di bombardare e invadere Cuba. Quando abbandonò la stanza, un registratore nascosto continuò a funzionare, catturando il disprezzo dei generali verso il Presidente e la loro determinazione di portare il conflitto fino alla guerra nucleare totale. Volevano vincere la guerra fredda».

La volontà di creare il casus belli si concretizzò, nel pieno della crisi, nella decisione del generale Curtis E. LeMay, capo di Stato maggiore dell’aviazione, che «ordinò ai suoi bombardieri, armati di testate nucleari, di superare il punto di inversione di rotta verso l’Unione Sovietica e di lanciare un missile balistico di prova, per provocare la reazione avversaria». Un episodio che poteva cambiare il corso della storia messo in atto da un generale notevolmente bellicoso, noto per aver deciso e messo in atto il devastante bombardamento sulla città di Tokyo del 9 e 10 marzo 1945 che provocò la morte di 130 mila persone, in prevalenza popolazione civile. E fu lo stesso LeMay a dare l’ordine diretto nella catena di comando che partiva dal presidente Truman per gettare l’atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Kennedy, come ricorda Douglass, aveva rimosso dal vertice della Cia il direttore Allen Dulles dopo aver scoperto le mire di tale strategico settore dell’intelligence nel creare le condizioni per fare di Cuba l’origine di un decisivo scontro nucleare. Lo stesso Dulles, tra l’altro, farà parte della commissione Warren incaricata di indagare sull’assassinio di John F. Kennedy arrivando alle conclusioni del gesto isolato di un folle….

L’accesso alle fonti della corrispondenza riservata tra Kennedy, il presidente sovietico Khrushchev e papa Giovanni XXIII mettono in evidenza la percezione comune di trovarsi di fronte all’abisso dell’inesprimibile (per usare l’espressione di Thomas Merton) e la decisa conversione ad un’azione di  pace che si concretizzò nel ritiro dei missili russi da Cuba e e da quelli Usa dalla Turchia e dall’Italia.

Un documento eloquente della consapevolezza che muoveva Kennedy è il discorso fatto il 10 giugno 1963 all’American University che merita leggere nella sua interezza. Così diceva, ad esempio, il presidente Usa pochi mesi prima del suo assassinio: «La guerra totale non ha senso in un’epoca in cui le grandi potenze possono mantenere forze nucleari grandi e relativamente invulnerabili e rifiutarsi di arrendersi senza ricorrere a quelle forze. Non ha senso in un’epoca in cui una singola arma nucleare contiene quasi dieci volte la forza esplosiva consegnata da tutte le forze aeree alleate nella seconda guerra mondiale. Non ha senso in un’epoca in cui i veleni mortali prodotti da uno scambio nucleare sarebbero trasportati dal vento e dall’acqua, dal suolo e dai semi fino agli angoli più lontani del globo e alle generazioni non ancora nate».

Per una strana ragione lo scampato pericolo della guerra nucleare nel 1962 è stato ritenuto il momento più pericoloso della storia recente dell’umanità, distogliendo l’attenzione dal fatto che, nel frattempo, gli arsenali nucleari sono cresciuti nella loro potenza distruttrice ormai a disposizione di un numero maggiore di stati (9 ufficialmente).

Papa Francesco è tra i pochi che usa tutta la sua forza per gridare questo scandalo colossale che sembra tuttavia rimosso nella coscienza collettiva e soprattutto non costituisce una priorità politica nel dibattito che conta, tranne poi diventare di forte attualità davanti al precipitare della guerra in Ucraina con la decisione, ribadita nel concetto strategico definito dal vertice Nato di fine giugno 2022, di puntare sulla deterrenza nucleare destinata ad essere percepita, paradossalmente, come l’unica certezza per scongiurare la guerra attraverso il terrore.

Si coglie perciò la novità emersa dalla primavera del 2021 che ha visto in Italia uno schieramento di oltre 40 associazioni e movimenti cattolici nazionali richiedere al governo Draghi di prendere in esame l’adesione del trattato per l’abolizione delle armi nucleari approvato dalla conferenza dell’Onu nel luglio 2017.

Come si intuisce ha poco valore firmare appelli retorici destinati ad essere ignorati. L’Italia è particolarmente fedele alla dottrina nucleare della Nato tanto da non aver partecipato neanche come osservatore, come ha fatto invece la Germania, alla prima conferenza che si è tenuta a Vienna dal 18 al 23 giugno tra i Paesi che hanno aderito al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). Una scelta definita da un comunicato delle associazioni cattoliche una “diserzione” dell’Italia dalla politica di pace che è chiamata a compiere per la sua storia e per fedeltà alla Costituzione.

Nella dichiarazione conclusiva dell’incontro di Vienna i firmatari hanno denunciato il fatto che «tutti gli Stati dotati di armi nucleari stanno spendendo ingenti somme per mantenere, modernizzare, aggiornare o espandere i loro arsenali nucleari e stanno ponendo maggiore enfasi e aumentando il ruolo delle armi nucleari nelle dottrine di sicurezza».

Come spiega bene Maurizio Simoncelli di Iriad «Il costo annuale per gli arsenali nucleari nel mondo è stimato sui 105 miliardi di dollari. Ogni ora: 12 milioni di dollari. Ogni minuto: 200 mila dollari».

Numeri che possono impressionare sul momento ma che una certa informazione può indurre a credere comunque necessari per la sicurezza, pur a discapito di investimenti contro la miseria e le pandemie, oltre alla giustificazione che le armi portano ricchezza.

Pezzi della società civile organizzata si muovono da tempo per fermare la deriva verso l’autodistruzione dell’umanità. A livello mondiale è attiva la coalizione Ican per l’abolizione delle armi nucleari rappresentata in Italia da Lisa Clark della Rete pace e disarmo. La Clark, come ci ha detto in  un’intervista a cittanuova.it, è una statunitense che ha deciso di abitare a Firenze per il legame particolare con Giorgio La Pira, uomo di pace che lei stessa ha fatto conoscere, tramite la sua storia e i suoi scritti, all’associazione Mayors for Peace, promossa da alcuni sindaci giapponesi, a partire da Hiroshima e Nagasaki, con l’obiettivo quello di riunire le città del mondo nel nome del disarmo nucleare.

Come affermava La Pira, gli Stati vanno e vengono ma «le città restano come libri vivi della storia umana e della civiltà umana: destinate alla formazione spirituale e materiale delle generazioni future. Le città non possono essere uccise».

Non basta un appello basato su astratti concetti umanitari. Nel contesto storico attuale segnato da una politica di riarmo è stato salutato come un grande evento l’arrivo alla base militare bresciana di Ghedi del primo caccia bombardiere F35 predisposto per trasportare le nuove bombe nucleari B61-12 destinate a sostituire gli esemplari presenti a Ghedi e Aviano (Pordenone).

Senza la percezione reale di trovarsi sul “crinale apocalittico della storia” evocato nei suoi interventi da Giorgio La Pira è impossibile maturare la conversione che nasce davanti a «il vuoto di Ciò che non è esprimibile» per riportare le parole di Merton citate da Douglass per intuire la scelta difficile uomini che nella loro fragilità hanno saputo agire contro il fascino della guerra.

«Esaminiamo il nostro atteggiamento verso la pace. Troppi di noi pensano che sia impossibile. – aveva detto John Kennedy nel discorso agli universitari del 1963- Troppi pensano che sia irreale. Ma questa è una credenza pericolosa e disfattista. Porta alla conclusione che la guerra è inevitabile – che l’umanità è condannata – che siamo attanagliati da forze che non possiamo controllare. Non è necessario accettare questa visione. I nostri problemi sono creati dall’uomo, quindi possono essere risolti dall’uomo. E l’uomo può essere grande quanto vuole».

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