Kennedy e Valcareggi, barricate e monetine

Los Angeles e Napoli, la cucina di un albergo e il San Paolo, Robert Kennedy e Ferruccio Valcareggi, il giovane arabo Shiran Shiran e l’arbitro Tschenscher. Per una strana alchimia, la storia ha voluto legare tra loro, in quel 5 giugno 1968, a poche ore di distanza, un tragico colpo di pistola risuonato di là dall’Atlantico, spezzando le speranze di una generazione, ed una monetina che regalava ai nostri la finale dopo lo 0-0 sul campo contro la Russia. La soluzione ai rigori non era prevista. La leggenda vuole che al primo getto dell’arbitro la moneta rimanesse all’impiedi dentro una fessura. La fine del sogno americano fu l’ennesimo episodio che intrecciò le contraddizioni del ’68 con l’unica conquista azzurra del titolo europeo. In quell’anno morirono figure che segnarono un’epoca, della cui eredità portiamo i segni ancora oggi. Un’intera generazione passò attraverso un momento totalizzante che per alcuni durò un anno, per altri di più, per altri non è mai finito. In mezzo alle occupazioni universitarie, alla guerriglia urbana, ad una nuova coscienza popolare, l’Italia del calcio realizzava il sogno europeo dopo la cocente delusione dei Mondiali inglesi e la beffa coreana. Mentre gustiamo, in questa estate olimpica, l’antipasto calcistico portoghese, che rianima mal sopiti sogni di successo, ci culla il ricordo di quella doppia finale con gli effervescenti jugoslavi, risolta solo in seconda battuta dai cannonieri Riva, rombo di tuono, ed Anastasi, debuttante catanese alla corte della Fiat. Il giorno dopo la polizia sgomberava l’Università di Milano occupata dagli studenti. Il cammino azzurro di qualificazione per quegli europei era cominciato, sempre a Napoli, ma sotto la guida di Helenio Herrera, nel novembre ’66: Mazzola ci regalò la vittoria sulla Romania. Tre giorni dopo le Nazioni Unite respinsero la richiesta di ammissione della Cina Popolare. E culminò col successo sulla Bulgaria: 48 ore prima, il 4 aprile ’68, la mano violenta di James Earl Ray uccideva, in un motel di Memphis, il reverendo Martin Luther King, apostolo della liberazione razziale non violenta. In una stagione in cui al potere qualcuno voleva la fantasia, lo sport non solo intrecciava le proprie vicende con la storia, ma alimentava, suo malgrado, le divisioni della politica. Come avvenne col dualismo pugilistico creato artificiosamente tra Sandro Maz- zinghi, il ciclone di Pontedera, città della Piaggio, dove tutti, come gli operai, dovevano risultare comunisti, e il missino Nino Benvenuti risoltosi due volte a favore del secondo grazie a discutibili decisioni arbitrali. Più in generale negli ambienti giovanili della contestazione di sinistra era diffusa la convinzione che fra palestre, considerate covi della destra, e biblioteche, rifugio degli intellettuali, non dovesse esservi contiguità. Con operai e studenti dibattuti fra la esclusiva passione per le lotte civili e la tentazione del nazionalismo filo-pedatorio. Ancora nel ’76 Eugenio Scalfari, inaugurando il quotidiano la Repubblica, promise, ahimè, niente spazio alle pagine sportive. Di fatto nemmeno i calciatori rimasero insensibili all’impegno civile. È in quel periodo che Gianni Rivera, vincitore dell’europeo, dimostrò di non appartenere al prototipo del calciatore tutto piedi, d’oro nel suo caso, niente cervello, non solo spendendosi nella comunità di Mondo X, voluta da padre Eligio per il recupero dei tossicodipendenti, ma arrivando a dar vita, il 3 luglio del ’68, assieme ad un manipolo di calciatori, all’associazione di categoria, in segno di solidarietà verso i colleghi delle serie inferiori. Più esplicitamente schierato di lui fu il torinese Paolo Sollier, dimenticato forse come calciatore, nonostante i trascorsi da mediano nel Perugia, ma assurto agli onori della cronaca come colui che alzava il pugno chiuso entrando in campo. Fu, ad un tempo, studente di Scienze politiche, operaio alla Fiat, calciatore, cattolico militante in Avanguardia Operaia. In quella finale del ’68 doveva giocare Gianfranco Zigoni, ma Valcareggi, all’ultimo, gli preferì Anastasi. Goliardico, pigro, allegro, incapace di invidie, innamorato del Che, nonostante l’impermeabile ambiente juventino, dall’ala, sempre quella sinistra, sfidava le ingiustizie anche in campo, ribellandosi in modo vistoso ad ogni scelta arbitrale, a suo dire, disonesta. Vanta un record di 40 giornate complessive di squalifica in carriera. Oggi, di tanto in tanto torna in campo, con Biasiolo ed Anquilletti: solo per beneficenza per l’Africa. La scherma per disabili ha avuto per anni un modello in Soriano Ceccanti: aveva 16 anni quando, durante la contestazione alla sfarzosa festa di Capodanno che si svolgeva alla Bussola di Viareggio, fu ferito sulle barricate dalla polizia alla spina dorsale. Reso paraplegico, dopo essere divenuto olimpionico di scherma, continua a spendere la sua vita nell’impegno politico in favore dei disabili. Ma l’atleta forse più emblematico di quegli anni fu Muhammed Alì, allora Cassius Clay, campione del mondo dei massimi: arrivò a rifiutarsi di andare a combattere in Vietnam, perdendo titolo e libertà. Per riconquistare la cintura mondiale appena fuori di galera. Probabilmente in Portogallo nessuno dei calciatori francesi, i favoriti, ricorderà lo slogan che portavano in campo i loro predecessori sessantottini: il calcio ai calciatori. Il football di oggi non sembra foriero di venti di cambiamento e dopo la vetrina degli europei i potenti del calcio, oggi comprendenti russi e tailandesi (sic!), saranno di nuovo in agguato per accaparrarsi, a suon di milioni, le prodezze pedatorie di quella che vorremmo un giorno i nostri figli potessero di nuovo chiamare la meglio gioventù.

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