Kant e il pappagallo

Il filosofo tedesco, affetto da glaucoma, intraprende un viaggio verso gli Stati Uniti nella speranza di riacquistare la vista...
kant e il papagallo

La scrittura di Thomas Bernhard procede per iterazioni, con frasi-tormentone, rimandi, paranoie che si rincorrono mischiando massimi sistemi e minimi dettagli. I protagonisti, perlopiù monologanti, intellettuali soprattutto, impelagati in riflessioni assurde, spesso soffrono di problemi di salute. Come in Immanuel Kant. Il filosofo tedesco, affetto da glaucoma, intraprende un viaggio verso gli Stati Uniti nella speranza di riacquistare la vista: all’odiato Paese regalerà la sua ragione in cambio di un’operazione che lo salvi dalla cecità. Lo accompagnano la moglie, il servo fedele e il suo doppio: Federico, un pappagallo cinquantenne custode della sua memoria.

 

Nel surreale viaggio su un transatlantico (con vaste proiezioni di mare nella bella scena di Gianluca Amodio) si raduna un campionario di umanità che incarna vari aspetti della volgarità e della meschinità. Figure grottesche, comiche, accomunate da un’insanabile e penosa condizione esistenziale. La regia di Alessandro Gassman preme il pedale della caricatura. In una messinscena squillante di colori e voci fa emergere l’astio e il pessimismo crescente dell’autore in maniera divertente. A siglarla nel finale è lo sberleffo del servo che rivelerà la gabbia senza il pennuto – l’eco muto di tutto il sapere di Kant –. Nel cast tutto maschile, con due ruoli en travesti, eccelle Manrico Gammarota.

 

Al Mercadante di Napoli per il NTFI.

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