Jovanotti, non voglio cambiare pianeta

Il racconto di Lorenzo Cherubini in un documentario leggero, diaristico, meravigliato, entusiastico, che racconta i quasi quattromila chilometri in bicicletta tra Cile ed Argentina. Sedici capitoli di un quarto d'ora l’uno, tutti disponibili su Rai Play
Foto Rai play

È un inno alla bicicletta, il viaggio di Jovanotti in Sud America, ed è un inno a quella musica che «come lo sport unisce senza bisogno di parole». Perché è lingua comune a ogni essere umano e dunque è strumento della pace. Il canticchiare accompagna il musicista viaggiatore quando è in sella, contrasta il rumore del vento e poi le note e le parole, ricomposte a freddo, al ritorno, al montaggio, riascoltando le emozioni venute fuori lungo il percorso, vengono spalmate da Jovanotti sulle immagini.

Ma soprattutto, il faticoso ed emozionante pedalare di Lorenzo Cherubini tra Cile ed Argentina, è un sorridente canto di ringraziamento al pianeta, al «grande dono» e al «miracolo» che è la nostra Terra, dice un Jovanotti piacevolmente smarrito nella natura meravigliosa.

Sono pensieri che saltano fuori durante l’incanto attraversato, che sia di roccia, di mare, di praterie o di alberi; sempre maestoso è, al di qua e al di là di un lembo d’asfalto quasi sempre deserto, dove può capitare di incontrare un altro viaggiatore in bicicletta, un osservatore anch’egli delle bellezza terrestre, e poi animali, soprattutto lama, che Jovanotti chiama ragazzi ogni volta che li vede, e li saluta con allegria, descrivendoli con dolcezza alla sua fedele compagna telecamerina.

Perché anche qui, in assenza di palchi, altoparlanti, riflettori e masse di pubblico, salta fuori la passione del musicista per la vita in ogni forma ed espressione: piante, animali e uomini famosi oppure sconosciuti, dal Borges o il Carlos Gardel a cui rende omaggio a Buenos Aires, alla fine dell’impresa, al simpatico padrone di un minuscolo albergo, conosciuto dopo un giorno intero a pedalare.

Fantastici tutti, secondo Jovanotti, ognuno a modo suo, come fantastici, apprezzati, sono i suoni, i colori e le forme di quella natura splendente, aspra, imponente, fondamentale compagna e madre che Jovanotti incontra pensando ad alta voce, a volte stando zitto, riflettendo spontaneamente con la libertà e la leggerezza tipiche del viaggio.

Macina pensieri sotto il sole cocente o nel pungente freddo delle Ande. Ne ha uno per Pantani, all’inizio, perché proprio il 13 gennaio scorso, quando Jovanotti salì in bicicletta, il ciclista romagnolo avrebbe compiuto cinquant’anni, e magari, chissà, pensa il cantautore, se fosse ancora vivo adesso sarebbe lì con lui.

Gli viene in sogno Fellini, prima che il deserto di sabbia o quello di sale lascino il posto alla pioggia e a un verde più familiare, più italiano, ma sempre di quel pianeta che siamo fortunati ad abitare, ripete ancora Jovanotti col sorriso ampio, quella nostra Terra che è così bella che gli «si deve voler bene parecchio, bisogna esserle grati».

Perciò quando gli salta in testa quel verso di Neruda che dice “non voglio cambiare pianeta“, Lorenzo pensa che possa essere questo il titolo giusto per il suo documentario leggero, diaristico, meravigliato, entusiastico e lungo quasi quattromila chilometri, nato dal desiderio di riflettere, conoscere meglio la nostra Terra ma anche la nostra mente e il nostro corpo, che pure lui è prodigio incantevole della natura e va vissuto nel migliore dei modi.

La sua esperienza estrema nasce dalla consapevolezza chiara che viaggiare è un grande dono e sceglie di farlo principalmente in solitudine, a parte l’attraversamento delle Ande, a quasi cinquemila metri di quota, quello vissuto in compagnia dell’amico Augusto Baldoni, grande esperto di travel bike.

Dorme a volte in tenda, Lorenzo, in mezzo al nulla e qualche volta in alloggi dignitosamente modesti e bizzarri. I suoi chilometri sono pieni di sudore ma anche di risate e di mangiate con voracità e con gioia, perché in bicicletta, anche undici ore al giorno, se non metti dentro un sacco di energia poi sono guai.

“Non voglio cambiare pianeta” mostra culture e spazi bellissimi grazie a una tecnologia sottile che si monta su una bicicletta e addosso al corpo, che è leggera come una piuma ma è capace di catturare con facilità tutti i colori della natura.

È lei che consente oggi racconti come quello proposto da Jovanotti, agile e diviso in sedici capitoli di un quarto d’ora l’uno, tutti disponibili dal 24 aprile su Rai Play e chiusi sempre da una breve poesia sulla natura, sul viaggio o sulla vita.

Ce n’è una di Primo Levi, Lunedì, e un’altra di Erri De Luca, Dopo. Ce n’è una, bellissima, di Attilio Bertolucci, dal titolo Vento, e c’è una frase finale che è un omaggio a Luis Sepulveda: è tratta dal romanzo “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” e dice “Vola solo chi osa farlo“.

Jovanotti ha osato volare oltre l’oceano per una fatica fisica gigante che però nasce da una ricerca di felicità, di bellezza e di verità che si avverte sincera e necessaria per lui. Per questo essere spettatori della sua dispendiosa, un po’ folle e nutriente scommessa è piacevole.

 

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