Joan Baez Il canto della speranza

La cantante Joan Baez è stata arrestata oggi con altre 23 persone davanti all’ufficio leva di Oakland in California. La nota interprete di canzoni folcloristiche guidava una marcia di protesta contro la guerra nel Vietnam(…). Questo dicevano i giornali il 19 dicembre scorso. (…) Qualcuno le ha chiesto che impressione le faceva dover passare le feste di Natale in prigione: Questo è niente – ha risposto – quando tanti bambini muoiono ogni giorno. È il minimo che possiamo fare, soprattutto a Natale. La gente dimentica del tutto che cosa significhi il Natale, e noi abbiamo tentato di ricordarlo . Ecco il punto fermo di Joan Baez: questo estremo amore alla pace, che fa di lei una persona carica di un fascino speciale, un fascino che ha preso migliaia di fans americani. (…) In settembre al Festival di Venezia hanno girato un film, intitolato appunto Festival, che riprende Joan nella sua attività di folksinger, nei suoi incontri con maree di giovani, all’aperto, nei saloni, ovunque. (…). Ecco cosa dice ai giovani spettatori prima di iniziare il programma di canzoni: La rinuncia alla violenza non è rifiuto di vivere e di credere, non è abbandono passivo. È lotta, è speranza, impegno, desiderio continuo di più giustizia e meno sofferenza per ognuno di noi, nero e bianco, senza mai accettare il dolore inferto da uomini ad altri uomini. Parla con convinzione di un qualche cosa che ha radici profondissime in lei; e se qualcuno l’accusa di intervenire in cose più grandi di lei – ha 26 anni – ripete: La guerra è immorale. Il rifiuto della guerra è il sogno della mia generazione. Non sono i miei dischi a persuadere i ragazzi. Comprano i miei dischi perché io cerco di dire quello che essi hanno in mente e nel cuore . E così Joan Baez: semplice, senza sovrastrutture. C’è in lei l’intraprendenza degli studenti universitari americani unita a forza dei quaccheri, che sperano sempre anche quando tutto è impossibile. Si presenta sorridente, decisa: è convinta che può comunicare agli altri col suo canto la sicurezza, che si può arrivare a vivere senza la guerra, e che si potrebbe guadagnare molto di più con la pace. Lo fa con le canzoni, perché sa cantare. Se non avesse una bella voce userebbe un altro sistema; ciò che le importa è convincere ognuno a credere nell’amore. (…) E Joan preferisce le canzoni di protesta; anzi le chiama canzoni di dichiarazioni di fraternità. Sono canzoni di ogni Paese del mondo: più frequentemente canti popolari angloamericani; alcuni brani più antichi, carichi di poesia e di umanità, esprimono quegli elementi di sofferenza e quei sogni di libertà che sono il sottofondo costante dell’anima popolare americana; altri, più moderni, cantano la famiglia, l’orrore della guerra. (…) Nelle marce contro la discriminazione razziale intona un canto di fratellanza universale assieme ai bianchi e ai neri: s’intitola We shall overcome. È un canto che è diventato sulla sua bocca un inno di speranza in un futuro migliore, travolgente nel suo ritmo solenne. Dice, e tocca le fibre più profonde dell’anima: cammineremo insieme, bianchi e neri insieme, la mano bianca stretta alla mano scura . (…) Joan ha un profondo senso religioso della presenza di Dio, dell’amore del prossimo, che ha assorbito sicuramente dalla famiglia credente, anche se non cattolica. A vent’anni aveva conosciuto un filosofo, Ira Sandperl, che sosteneva l’inutilità della guerra e il danno che ne deriva; Joan ne era stata entusiasmata. Queste idee avevano trovato buon terreno in lei. A poco a poco si sono sviluppate, ed ella ha messo al servizio di esse i suoi talenti artistici. Da un po’ di tempo ha investito i soldi che guadagna dai suoi dischi e dai suoi concerti in una scuola accanto a casa sua, a Carmel Valley, vicino al deserto della California; il direttore è Ira Sandperl. (…) Joan rimane tanto volentieri in questo ambiente ed è felice di poter insegnare lì. Si allontana solo per cantare nei concerti, nelle dimostrazioni contro la guerra atomica, nelle marce della pace, per comunicare pure agli altri la sua speranza.

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