Jacopone, sì questo è un uomo

Il ricordo è nitido: vent’anni fa. Sto spiegando Iacopone da Todi ad una inorridita prima liceo classico (O Signor, per cortesia/ manname la malsanìa), illustrando il contrasto col papa (O papa Bonifazio,/ eo porto el tuo prefazio/ d’emmaledizione/ e scommunicazione ), la sua contemplazione della morte (O corpo enfracedato ), la sua autoironica noncuranza della fama, affidata a un asino (Fama mia t’araccomanno/ al somier che va ragghianno); e una ragazza, solo lei, che in quel momento non è proprio in buona con la chiesa e neppure col cristianesimo, mi dice: È un uomo; il che, come si sa, detto da una donna è il massimo riconoscimento possibile per il sesso maschile. Iacopone, inattualissimo oggi, mi sembra attualissimo per contraccolpo e controcanto a tempi in cui tutti i desideri e le voglie svengono per l’orrore se non vengono soddisfatti subito. Sì, Iacopo de’ Benedetti è un uomo. Ed è un uomo ben situato nella Todi del suo tempo. È un procuratore legale, un professionista, si direbbe oggi, benestante, a cui un giorno muore improvvisamente la moglie durante una festa, per il crollo di un pavimento. Ma il dolore diventa sconvolgente quando scopre sul corpo di lei un cilicio, cioè uno strumento di penitenza fisica. Allora il mondo gli si capovolge, e lui si fa frate laico, poi francescano spirituale, tra gli intransigenti, cioè, contro l’interpretazione lassista della Regola francescana e contro il papa politico e mondano Bonifacio VIII (a questo proposito, è memorabile la chiusa de L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone, con il colloquio tra il molto iacoponico Pietro da Morrone – l’ex Celestino V – e il nuovo papa Bonifacio). Finisce scomunicato e per anni in una prigione dei francescani conventuali, da cui lo libera togliendogli la scomunica il papa successivo, tre anni prima della morte nel 1306. Iacopo è uno che capisce davvero san Francesco, traducendone 1’altissima povertà in alto sapere e alta nichilitate, che significa anche en spirito de libertate; e così, divenuto stoltus propter Christum (si legge sulla sua tomba a Todi, da san Paolo, 1 Cor 4,10), si autodenomina grottescamente Iacopone esponendosi al ludibrio della gente come bizzoco (penitente) dal largo cappuccio bigio, che risponde ai dileggi solo col suo iubelo del core. Poeta colto, conoscitore dei rimatori d’amore provenzali, siciliani, toscani, scrive le sue laude penitenziali-spirituali formando un vero e proprio diario interiore ascetico-mistico, consapevolmente e raffinatamente calato in forme rozze, popolari, quotidiane. Leggerlo è ancor oggi un singolare godimento d’anima per persone libere, e un ammonimento per chi continua a considerare il Medioevo, evidentemente senza conoscerlo, epoca buia, quell’epoca di fervore e di luci, pur in mezzo, come sempre, a tutti i peccati e le miserie umane. Le luci di Iacopone sono vere e grandi perché ottenute da Dio al prezzo non di speculazioni teoriche ma della evangelica rinuncia a sé stesso, nella prova della durezza del carcere e di una martirizzante fedeltà a Cristo che vòl enfinito amore, povertat’ennamorata capace di dissipare le false oppinïuni con la sua esmesuranza. Allora il rapporto vivo e totale con lui, il Cristo, diventa ogni momento contemplazione: O vita de Iesu Cristo specchio de veretate! / O mea deformetate en quella luce vedere! . Infatti dice a sé stesso: Che farai, fra Iacovone? / Èi venuto al paragone, essendo il paragone la prova di tutta una vita. Chi lo vuole fuggire e fa l’omo d’altura , il superbo, ha per prospettiva la perdita di sé, chi sceglie il contrario vive sempre ennamorato / co la vita angelicata. È questo vivere che lo ispira a comporre quell’unanimemente riconosciuto capolavoro, non l’unico, che è la lauda drammatica (= teatrale) Donna de Paradiso, contemplazione della Croce da parte della Madre desolata del Crocifisso; ma anche una lauda che sembra scritta da Giobbe e Qohèlet insieme, O vita penosa continua bataglia, realistico elenco di sofferenze universali alla luce della fede. C’è in Iacopone una sete di assoluto che lo apparenta alla sua contemporanea Angela da Foligno, anch’essa francescana, e alla sua quasi contemporanea Caterina da Siena, in quel secolo di giganti che si apre con la Divina Commedia e con Duns Scoto, e si conclude con gli albori dell’Umanesimo cristiano. Con candida protervia Iacopone canta: Chi pro Cristo ne va pazzo,/ a la gente sì par matto;/ chi non ha provato el fatto/ par che sia for de la via, esattamente come pare anche oggi a molti; ma aggiunge che la via dell’amore è senza pentimento e ritorno, e ha espressioni di un’arditezza meravigliosa: Se trasformato en veretate/ en te so, Cristo, con sì dolce amore,/ a tte se po’ imputare, non a mme, quel ch’io faccio;/ però s’eo non te placcio, tu te non placi, Amore!; Iesù, speranza mia, / abissame en amore!. Chi parla così è non uno sprovveduto ma un intellettuale, che se la prende con certi teologi del suo tempo capaci di distruggere Asisi con Parisi, ovvero la solida spiritualità con l’astratta cultura; la sua mente non è affatto incapace di fissare la Bontà senza figura , la Enfigurabel luce di Dio; solo che lo fa all’unica imprescindibile condizione di non trasformare Dio (e perciò la fede, l’amore) in un’idea, e in un contenuto Colui che tutto contiene; e perciò, proprio per questo, alla imprescindibile condizione della propria nichilitate.

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