Ivica dei pappagalli

Il perdono a chi gli ha ucciso il padre e l'impegno per gli altri di un imprenditore bosniaco che alleva volatili.
Ivica Jurilj

Una coppia di gru coronate dalle eleganti movenze ci accoglie al cancello dell’allevamento, una struttura che si intravede in mezzo a un folto di alberi. Da lì provengono versi striduli di uccelli cui si sovrappone l’abbaiare di un cane, che scodinzolando viene a festeggiare l’arrivo del suo padrone. È Ivica Jurilj, che con orgoglio mi mostra – insieme ad altri esemplari esotici da lui allevati per poi essere venduti agli amatori e agli zoo un po’ di tutta Europa – un pappagallo “storico”: una vetusta femmina di ara rossa con ali verdi appartenuta al presidente della Jugoslavia Tito.

Siamo a pochi chilometri da Krizevci, in Croazia, tra verdi colline dal dolce profilo che al mio amico ricordano i luoghi della sua infanzia nella vicina Bosnia, a Bosanski brod: un luogo, a sentire lui, quasi idilliaco prima che la sciagurata guerra dei Balcani portasse anche lì morte e rovina, sconvolgendo la tranquilla convivenza di cristiani e musulmani: una popolazione composta da croati per la maggior parte, poi serbi, cechi, ungheresi… È una storia, la sua, dai risvolti drammatici e in cui tuttavia si riconosce un filo provvidenziale.

«Sono il maggiore di cinque figli. I nostri genitori ci hanno insegnato a mantenere buoni rapporti con tutti, a prescindere da nazionalità e religione. Nel ’90 mia sorella era andata a vivere in Svizzera, mentre l’anno successivo, pochi mesi prima dell’estendersi del conflitto in Croazia, io mi ero trasferito a Zagabria, per studiare veterinaria. Al paese erano rimasti i fratelli più piccoli, ma quando anche lì la situazione è cominciata a diventare pericolosa, anche loro sono venuti a vivere in Croazia, presso alcuni nostri parenti a Slavonski brod.

«A differenza di molti compaesani che riparavano in luoghi più sicuri, lasciando case e beni in balia dei probabili occupanti, i miei non se la sentivano di abbandonare il frutto dei sacrifici di una vita: casa, animali e macchine agricole. Speravano sempre che la situazione si normalizzasse».

A Zagabria, Ivica assiste ad un concerto del complesso internazionale Gen Verde, il cui messaggio di pace e di unità lo scuote, tanto più in quel frangente. È la spinta ad unirsi ad altri giovani dei Focolari, studenti come lui. Intanto la guerra è arrivata anche in Bosnia.

«Con le linee telefoniche interrotte io non sapevo più nulla della sorte toccata ai miei genitori. Qualche notizia trapelava solo tramite alcuni radioamatori, rischiando forte: grazie ad uno di loro ho saputo finalmente che erano vivi. Era la primavera del ’92, e fra tante angosce trovavo sostegno solo in Dio e negli amici del movimento. Insieme pregavamo per la pace e per i nostri cari.

«Purtroppo il pericolo incalzava, e quando ormai anche i miei si son decisi a fuggire non era più possibile: lungo il confine segnato dal fiume Sava s’erano infatti appostati cecchini che sparavano a chi cercava una via di scampo in barca».

 

Solo più tardi Ivica viene a conoscere l’orrore toccato alla sua gente: dopo l’occupazione del paese da parte di milizie serbe e l’uccisione dei pochi rimasti, tra cui suo padre: unica superstite la madre, rimasta nascosta per due giorni in un bosco accanto al corpo del marito trucidato. Poi l’arrivo dei soldati croati, che a loro volta incendiano le case dei serbi del posto. Sono i primi di maggio.

«I nuovi arrivati volevano che la mamma accusasse un prigioniero serbo, ma andando oltre il suo dolore, lei è riuscita a salvargli la vita, descrivendolo come un nostro amico d’infanzia che non aveva partecipato alle stragi dei suoi connazionali.

«Quando per i funerali di papà sono arrivato a Bosanski brod con gli altri fratelli, lei non riusciva a credere ai suoi occhi: ci pensava infatti tutti morti. Ogni angolo dei luoghi dove ero cresciuto portava ora i segni di una devastazione selvaggia, opera dell’uomo quando è spinto dall’odio e dalla furia omicida.

«La mamma era ammirevole nel farci coraggio: “Dio ci aiuterà – ripeteva –, non perdiamo la speranza nella vita”. Non accusava nessuno, anzi ci esortava a perdonare, temendo qualche reazione violenta da parte nostra. In tanto buio, il suo esempio era per noi una luce e una guida.

«Quando perdi tutto ciò che hai di più caro, o si irrobustisce la fede oppure… È la grazia che abbiamo sperimentato in questa grande prova, con l’aiuto anche della comunità dei Focolari che ci è stata vicina in tutti i modi. Conosco infatti famiglie che piangono figli o parenti uccisi, ma tuttora non sono riuscite a dare la volta al rancore.

«La mamma e i miei fratelli si sono poi trasferiti a Slavonski brod dove, col tempo, abbiamo acquistato un po’ di terra e costruito una casa. Non siamo più tornati ad abitare in Bosnia, anche se abbiamo mantenuto i contatti con quella gente rimasta priva di tutto, a cominciare dalla corrente elettrica: cercavamo di procurar loro generi alimentari, sementi e gasolio che i miei fratelli lasciavano in una zona neutra, dove ci si poteva incontrare».

 

Nell’estate del ’93, ancora in piena guerra, Ivica mette piede a Faro, la cittadella dei Focolari presso Krizevci, diventata un centro di accoglienza per tanti membri del movimento, profughi dai Paesi della ex Jugoslavia. In quell’oasi di pace, appena ne ha l’occasione, trova alloggio assieme ad altri studenti nella sua situazione.

Intanto da tutta Europa le comunità del movimento si attivano per portare aiuti umanitari alle popolazioni provate dal conflitto e Faro diventa un luogo di smistamento per servire anche altri centri che accolgono profughi.

«Anch’io cercavo di rendermi utile scaricando camion, facendo diversi viaggi, sbrigando le pratiche doganali grazie alla mia conoscenza di qualche lingua. In quelle circostanze ho conosciuto Diego, un friulano infaticabile nell’organizzare missioni umanitarie un po’ in tutta l’area balcanica (1). Con lui ho condiviso fatiche e pericoli in zone ancora non pacificate: come quella volta – era la fine di febbraio del ’95 – in cui il nostro camion stracarico di aiuti diretti a Sarajevo è scivolato sulla strada, resa ghiacciata da una tormenta di neve, finendo in una scarpata. Per fortuna senza gravi conseguenze».

Intanto Ivica viene invitato a portare la sua testimonianza di riconciliazione in vari incontri e congressi un po’ in tutta Europa, tra cui il Familyfest di Roma. Si appassiona al progetto dell’Economia di Comunione, scoprendo come anche un imprenditore possa informare il suo lavoro dell’ideale cristiano; e approfondendo gli ideali dei Focolari si apre ai valori di altri popoli e Paesi, al mondo intero.

Finita la guerra e col ritorno ad una certa normalità, la sua famiglia attraversa tuttavia un periodo di grosse difficoltà economiche. «Grazie a Diego, divenuto per me un secondo padre, ho avuto la possibilità di lavorare per un certo periodo in Italia con i miei fratelli e altri amici. Lavoravamo per un imprenditore la cui azienda di macchine elettroniche piegatrici occupa ora il 60 per cento del mercato mondiale in questo tipo di produzione».

 

Passano alcuni anni, densi di eventi nei quali Diego e Ivica hanno una parte di primo piano nel tessere rapporti di amicizia e collaborazione tra due mondi, il friulano e quello croato.

«Nel 2000, con ritardo, mi sono laureato in zootecnologia e veterinaria, e ho cominciato questo allevamento senza immaginare lo sviluppo che avrebbe avuto questa attività di importazione e commercio».

Fino a tre anni fa era il primo lavoro di Ivica: adesso invece è sua sorella a dedicarvisi a tempo pieno, mentre lui tra gli animali che tanto ama ci viene per rilassarsi nelle ore libere da quella che ormai è la sua attività principale: la fabbrica ben avviata fondata a Krizevci dal suo amico imprenditore per il quale ha lavorato in Italia, fabbrica di cui lui pure è diventato socio. Un secondo capannone due volte più grande è in fase di avanzato allestimento sempre nella cittadina croata.

«Costruiamo pezzi per macchine per l’edilizia. Il 90 per cento dei prodotti va al mercato italiano, mentre il dieci per cento a quello croato. Quale direttore della logistica, il mio compito è seguire l’importazione e l’esportazione e i fornitori che ci vendono il ferro. Certo, non ha niente a che fare con i miei studi precedenti, ma nella vita ho imparato ad essere pronto a fare i lavori più diversi.

«In questo, che occupa tanto del mio tempo, cerco di mettere passione e amore, anche al pensiero che porterà sviluppo a Krizevci, dando un’occupazione a tanti. Tutto era nato pensando di dare una mano per un periodo agli amici italiani che hanno aiutato la mia famiglia, seguendo la produzione della loro azienda in Friuli. Poi però hanno insistito perché restassi nell’azienda».

Ivica non ha mai interrotto i rapporti con tanti vecchi conoscenti in Bosnia. E qualcosa sta nascendo anche lì: «Quelli che sono stati i nostri “nemici” adesso ci stanno aiutando a metter su nel mio paese nativo una fabbrica come queste, che darà lavoro e sviluppo anche a quella gente. E il passato l’ho messo ormai dietro le spalle».

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