Italia a bocca asciutta

La 64ª edizione vinta dall’onirico “L’albero della vita” di Terrence Malick.
I fratelli Dardenne
Perché aspettare la serata finale e il verdetto della giuria quando i broker conoscono i risultati in anticipo? Com’era già successo con gli Oscar non ne hanno sbagliato uno.
Palma d’oro a The tree of life dell’americano Terrence Malick; Gran premio a Il ragazzo con la bicicletta dei belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, ex aequo con C’era una volta in Anatolia del turco Nuri Bilge Ceylan; Premio per la regia a Drive del danese Nicolas Winding.

 

D’ora innanzi, invece di tastare il polso della critica, largo agli scommettitori. E infatti, se la critica si è divisa lo ha fatto proprio per il film vincente, per l’opera mundi del riservato professore di filosofia dell’lllinois, ribattezzato “l’uomo invisibile”. Tanto è vero che non si è neppure presentato per ritirare la Palma d’oro.
 

«Abbiamo premiato le emozioni», ha detto il presidente della giuria Robert De Niro, e di emozioni in The tree of life ce ne sono a più non posso, dalle immagini cosmogoniche sulla nascita dell’universo agli smarrimenti di Sean Penn in cerca di un senso della vita fra le meraviglie di una natura selvaggia e le costruzioni avveniristiche di moderne metropoli. Un’opera complessa, inquietante e affascinante nello stesso tempo.

 

Abituati a essere chiamati sul palco delle premiazioni, i fratelli Dardenne si sono discostati dalle loro tematiche abituali per raccontare una moderna versione della favola di Pinocchio. Con happy end e miracolo finale, altra novità alla quale in questa 64ª edizione si è fatto ricorso almeno un altro paio di volte.
 

Critica compatta per il turco C’era una volta in Anatolia, storia di un’indagine processuale che è il pretesto per scavare nella vita di diversi personaggi, scatole cinesi che si aprono una dopo l’altra rivelando sentimenti nascosti, inganni, dolori travasati in un film malinconico, toccante, commovente.
Premiato il noir, il film d’azione crudo e violento con Drive, la cui regia privilegia ardite tecniche di ripresa, ambientazione notturna e luci taglienti.

 

I delusi? Tanti, a cominciare dall’Italia, tornata a casa con le pive nel sacco. Non ce l’ha fatta Habemus Papam di Nanni Moretti, nonostante la carismatica presenza di Michel Piccoli; non ce l’ha fatta This must be the place di Paolo Sorrentino, nonostante l’altrettanto carismatica presenza di Sean Penn. L’ultima vittoria italiana a Cannes risale al 2008 con Gomorra di Matteo Garrone e Il divo di Paolo Sorrentino.

Forse l’attesa si era fatta eccessiva e caricata di troppe speranze. Forse un po’ più di umiltà non guasterebbe. Non resta che voltare pagina e ricominciare da capo.

 

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