Israele tra chiusure e realismo

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Le elezioni in Medio Oriente – quando ci sono – non hanno un significato solo nazionale, ma hanno anche un impatto sulle prospettive internazionali, sulla guerra o sulla pace. La recente consultazione elettorale in Israele ne è un caso esemplare. Le urne israeliane, come molti paventavano, non hanno restituito, almeno in apparenza, un’indicazione chiara. La maggioranza è stata conquistata di strettissima misura dal partito dell’attuale ministro degli Esteri, la signora Tzipi Livni: il Kadima, formazione politica a vocazione centrista fondata da Ariel Sharon. Ma si è trattato di un sostanziale pareggio con il Likud, la destra moderata di Netanyahu, che invece partiva favorito. Tuttavia, se si vuole ricercare il vero vincitore, non c’è dubbio che esso sia Avigdor Lieberman, che ha trasformato il partito di estrema destra Beiteinu nel vero ago della bilancia per la formazione del governo. Dagli elettori israeliani è venuto comunque un segnale molto evidente di sostegno ai partiti di destra; il centro è diventato esso stesso un’astratta espressione di geometria politica, poiché anche il Kadima ha molto irrigidito le sue posizioni. Come ciò si tradurrà sul piano delle scelte che verranno compiute rispetto al processo di pace è nel migliore dei casi un’incognita; nel peggiore, potrebbe produrre un ripensamento più o meno radicale. Certo è che la comunità internazionale si troverà confrontata con una leadership israeliana ancor meno disposta a concessioni di quelle fatte sinora, per quanto limitatissime. Se a questa circostanza si somma la mancanza di un interlocutore unico in campo palestinese (con la divisione tra Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza), è evidente che la situazione rischia di aggravarsi. Sembra infatti difficile che non solo le questioni strategicamente più spinose (confini, status di Gerusalemme, rientro dei rifugiati palestinesi), ma anche quelle in teoria più abbordabili (come il congelamento degli insediamenti illegali, la rimozione dei posti di blocco che limitano la libertà di movimento dei palestinesi, la chiusura di tutti i valichi verso Gaza) possano ricevere un qualche impulso verso la loro soluzione. In ogni caso, parlare di Stato palestinese in queste condizioni diviene più difficile. Nella destra israeliana sembra prevalere l’idea di una sorta di autonoma autorità provinciale chiamata a gestire alcuni residui cantoni palestinesi. Resta da vedere se prevarrà il realismo politico che ha spesso caratterizzato proprio la destra in Israele, se non altro per meglio garantire proprio la sicurezza del Paese in un Medio Oriente che rischia di divenire un ambiente estremamente inospitale.

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