Israele: record di contagi e vaccinazioni

I contagi da Covid 19 in Israele non accennano a diminuire nonostante il terzo lockdown. Lo stato ebraico ha anche avviato una campagna da record di vaccinazioni. Ma i problemi che frenano i tentativi di abbassare la diffusione del virus non sono poca cosa.

In questi giorni Israele è diventato il Paese dei record per quanto riguarda la pandemia da coronavirus: il record inquietante è costituito da 10 mila nuovi contagi rilevati in un giorno (lunedì 18 gennaio), in relazione a 100 mila test (positività 10,2%). Dall’inizio dell’emergenza, i contagiati superano complessivamente i 560 mila e i morti sono oltre 4 mila. Nello stesso tempo, e questo sarebbe il record positivo, sono oltre 2 milioni gli israeliani vaccinati, di cui quasi mezzo milione quelli che hanno fatto anche la seconda iniezione. E nelle vaccinazioni sono stati inclusi per la prima volta gli over 45enni.

Dietro a questi due record ci sono, però, altrettante domande piuttosto ingombranti: la prima riguarda la diffusione molto, troppo, elevata dei contagi in un Paese con poco più di 9 milioni di cittadini (75% ebrei, 22% arabi israeliani, 3% altri); la seconda domanda riguarda il numero delle dosi di vaccino disponibili (milioni di dosi) e l’esclusione dalle vaccinazioni dei non-israeliani, vale a dire dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza.

Da fine dicembre è in atto in Israele il terzo lockdown, dopo la ripresa quasi senza flessioni dei contagi a partire da inizio novembre (a fine ottobre erano solo 230 al giorno). Quando si è dovuto ricorrere alla chiusura delle sinagoghe, gli ebrei osservanti e i sefarditi ortodossi hanno in qualche modo accettato le disposizioni restrittive, anche se con una certa difficoltà. Qualcosa di analogo è successo nelle comunità di arabi israeliani, cioè di palestinesi, musulmani o cristiani, con cittadinanza israeliana: dopo una certa reticenza alle restrizioni (affollamenti dovuti per esempio a matrimoni) e chiusure (rispettivamente di moschee e chiese), si sono convinti e i contagi fra loro sono ultimamente diminuiti.

Non così per gli ultraortodossi ashkenaziti e le comunità di haredim, che in gran parte non hanno accettato restrizioni e chiusure, tanto che in poco tempo il 34% dei contagiati nel Paese era costituito proprio da ultraortodossi (che sono il 12% della popolazione israeliana). Secondo un principio condiviso che suona pressappoco così: la cura dell’anima prevale sulla salvaguardia della salute.

La decisione governativa di ricorrere alla vaccinazione, nel più breve tempo possibile, dell’intera popolazione ha spinto le autorità a procurarsi le dosi necessarie anche a costo di pagarle molto di più per ottenerle: si dice che il Governo abbia concordato con Pfizer Biontech un prezzo triplo pur si assicurasi subito i primi 4 milioni di dosi. Complessivamente sarebbero stati ordinati 24 milioni di dosi (8 milioni da Pfizer Biontech, 6 da Moderna e 10 milioni da Astra Zeneca), per vaccinare quindi circa 12 milioni di persone (due dosi a persona).

La decisione di vaccinare gli israeliani significa che i vaccini saranno inoculati sia agli ebrei (inclusi i coloni ebrei in Cisgiordania) chea i palestinesi con cittadinanza (arabi israeliani), ma comprende anche gli arabi non israeliani di Gerusalemme Est. Esclude però, almeno per ora, i palestinesi dei Territori Occupati: Cisgiordania e Gaza. Vale a dire circa 5 milioni di persone, comprese anche le decine di migliaia di non israeliani che si recano ogni giorno in territorio israeliano per lavoro e i circa 4 mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Inutile dire che su questa esclusione si fa un gran parlare, con rimpalli normativi, ciascuno a sostegno delle proprie posizioni.

Di fatto l’Anp non è in grado di vaccinare la popolazione palestinese, nella quale si sono rilevati dall’inizio della pandemia circa 153 mila contagiati e 1.800 morti. L’Autorità palestinese e Hamas stanno cercando di assicurarsi dosi di vaccini (anche se in misura insufficente per la popolazione, per mancanza di fondi dopo il blocco degli aiuti imposto da Trump) da alcune aziende, in particolare Astra Zeneca, Johnson & Johnson e Moderna. Ma puntano soprattutto sull’aiuto di Covax, il consorzio di assegnazione dei vaccini co-guidato da Oms e Russia (che ha sviluppato il vaccino Sputnik V), al quale aderiscono una novantina di Paesi, compresa la Cina.

Ma Covax è per adesso tutt’altro che pronto a fornire vaccini (non prima di aprile), anche per le priorità nazionali e per gli accordi bilaterali fra Paesi ricchi e aziende farmaceutiche produttrici, che avrebbero già opzionato oltre la metà della possibile produzione mondiale del prossimo anno. Con affanno, comunque il consorzio Covax rimane una conquista internazionale che potrebbe col tempo avere un grande valore e una profonda incidenza.

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