Israele-Iran: sapranno fermarsi?

Quali scenari si aprono dopo la risposta iraniana alla distruzione del consolato di Teheran a Damasco? Le reciproche alleanze sembrano rinforzarsi, ma con la coscienza di camminare sul bordo del baratro
La folla festeggia a Teheran dopo l'attacco a Israele (Foto Ansa, EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)
La folla festeggia a Teheran dopo l'attacco a Israele (Foto Ansa, EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)

Col fiato sospeso. La notte tra il 13 e il 14 aprile 2024 verrà ricordata, come si ricorda già il 7 ottobre 2023, come la “notte della vendetta” iraniana all’attentato missilistico israeliano che, contravvenendo a tutte le regole della diplomazia, del diritto internazionale e delle consuetudini internazionali, il primo aprile aveva distrutto il consolato iraniano a Damasco, dunque in un Paese terzo, facendo undici morti tra cui l’influente generale dell’esercito di Teheran, Mohammad Reza Zahedi.

Le scene di paura, o addirittura di terrore che abbiamo visto sugli schermi in Israele, di fronte all’annunciata pioggia di missili e droni, sono state singolarmente simili a quelle che da sei mesi siamo abituati a vedere a Gaza. E le scene di esultanza della popolazione al passaggio dei “fuochi artificiali” iraniani nei cieli giordano, libanese, iracheno e siriano avevano tanto il sapore della vendetta covata da tempo, ma quasi dovute, non eccessive. Fortunatamente la pioggia di missili e droni ha atto pochi danni e poche vittime (ancora non ci sono certezze), perché lo scudo di difesa aereo di Tel Aviv sembra aver funzionato egregiamente, sicuramente col supporto dei tecnici statunitensi.

Si diceva dei due campi, che sembrano rafforzare la loro coesione. Ma forse siamo di fronte a manifestazioni di facciata. Gli Stati Uniti, con il presidente Biden, manifestano solidarietà ma impongo ad Israele di non reagire: vi hanno attaccati? Avete cominciato voi a Damasco. Godetevi la vittoria militare e finitela, sembra dire Washington. Gli alleati europei manifestano solidarietà indiscussa a Tel Aviv, ma fanno di tutto, usano equilibrismi verbali per raccomandare di non far scivolare il mondo intero nel baratro, basta già la crisi ucraina.

Sul fronte opposto, Mosca e Pechino plaudono alla manifestazione di forza di Teheran, ma si guardano bene dall’invitare i pasdaran ad attaccare. Aspettate che la prima mossa la facciano gli israeliani, sembrano dire al loro alleato, nel qual caso potrete rispondere. Ma ci sono già abbastanza problemi in altre parti del globo per aprire altri fronti. E anche i Paesi arabi gettano acqua sul fuoco, anche perché hanno la preoccupazione che si turbi ulteriormente il mercato delle materie prime energetiche.

Fin qui “le cancellerie”. E le popolazioni? In Israele cresce la fronda interna contro Netanyahu, accusato di volere una guerra a tutti i costi e di accentuare il clima di assedio che ormai abita gli israeliani da anni, da decenni. In Libano sono molto pochi, anche nel campo degli Hezbollah filoiraniani, che auspicano un aumento delle ostilità, se non una vera e propria guerra con Israele. Giordania e Iraq sono assolutamente contrari a nuovi conflitti in Paesi già enormemente destabilizzati dai flussi di migranti che fuggono le varie guerre. In Siria la popolazione non ha nemmeno la forza di reagire. E a Gaza, e nei Territori palestinesi, se prosegue imponente la rivolta contro gli attacchi israeliani a Gaza (da qualche giorno diminuiti d’intensità per il ritiro delle truppe dalla zona sud della Striscia), cresce pure una certa insofferenza per gli eccessi di Hamas.

Insomma, sembra che pochi governi nel mondo e che pochi cittadini dei Paesi coinvolti vogliano lo scoppio di una nuova guerra esplicita, una guerra che non potrebbe essere che micidiale tra Israele e l’Iran, tra Israele e gli Hezbollah, tra Israele e gli Houti yemeniti, con un corteo di lutti e distruzioni da far paura. Il governo israeliano sembra aver recepito che l’opinione occidentale a esso favorevole ha preso un duro colpo per i reiterati massacri a Gaza, soprattutto dopo l’uccisione di sette cooperanti che stavano portando aiuti alimentari e igienici alle popolazioni palestinesi costrette in una strettissima striscia di terra tra l’esercito israeliano e quello egiziano. Netanyahu ha accettato almeno di posticipare la reazione di Israele. Nel caos generalizzato, questa almeno sembra una buona notizia, certamente non risolutiva ma incoraggiante.

 

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