Irregolari, quindi colpevoli

L'approvazione della legge sulla sicurezza, che contiene un ulteriore giro di vite nei confronti dell'immigrazione irregolare, inclusa la nuova figura di reato «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato», suscita interrogativi non banali. Era proprio necessario arrivare a definire un reato?
Certo, il testo del disegno di legge varato dal governo era molto più duro: il reato era punibile con la reclusione da sei mesi a quattro anni; la legge votata dal Parlamento lo ha alleggerito escludendo pene detentive e comminando l’ammenda da 5 mila a 10 mila euro (che comunque non è poco, considerati i destinatari). E in ogni caso mettere piede in Italia senza visto o restarci dopo la sua scadenza (anche di quello turistico, naturalmente, che è la modalità più diffusa di ingresso per i “clandestini”) rende reo anche l’ignaro.

Una scelta molto forte, che avrebbe dovuto essere accompagnata da dilemmi laceranti, e invece è stata salutata festosamente e si è fatto a gara per rivendicarne la paternità. Le motivazioni certamente risiedono nella volontà di scoraggiare ulteriori nuovi ingressi e di «ripulire il territorio italiano da quelli illegali». Questi ultimi, lo sappiamo bene, prendono spesso le sembianze della colf o “badante” che noi o i nostri amici tranquillamente teniamo in casa. E del resto per loro è adesso allo studio una regolarizzazione.

Una qualche ricaduta nella riduzione degli arrivi certamente ci sarà. Ma credo che il prezzo pagato sia troppo alto. Non è possibile, infatti, interpretare una modifica giuridica di tale specie solo pragmaticamente, badando al fine: con ciò ridurremmo il diritto a mero strumento tecnico. Ma non è così. Il diritto è ciò che misura la civiltà di un popolo. E i reati non si inventano. Si punisce penalmente un comportamento quando il suo “disvalore sociale”, come dicevano i nostri libri di diritto, o la lesione ai diritti individuali, se si preferisce, è tale da intaccare qualcosa che ha a che fare con la nostra identità; per cui la collettività, colpita nel suo essere, lo reprime, e ciascuno sente giusta quella pena, anche se dovesse pagarla egli stesso.

Ecco perché pensare che chi arriva in Italia senza carte in regola e senza aver commesso una vera violazione sia un reo ferisce nel profondo l’identità del nostro Paese. Homo homini lupus, diciamo a chi vorrebbe entrare, sottolineando la filosofia dell’uomo nemico all’altro uomo. Proprio noi, che dovremmo essere faro per l’umanità nell’altra prospettiva, quella dell’homo homini frater, dell’uomo fratello a ogni altro uomo.

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