Iraq, la sfida del nuovo premier Mustafa al-Kadhimi

53 anni, giornalista, negli ultimi 3 anni a capo dell’intelligence irachena, Mustafa al-Kadhimi è stato nominato a capo del governo. Le sfide che deve affrontare sono enormi: emergenza coronavirus, contestazione, calo del petrolio, rinascita del Daesh, contrapposizione Usa-Iran...

L’Iraq è rimasto per quasi 6 mesi senza governo: da quando a novembre Adel Abdul Mahdi si è dimesso, travolto dalla protesta delle piazze e dall’indignazione per le centinaia di manifestanti vittime della violenza settaria delle milizie. In questi mesi si sono avvicendati due candidati premier, che non sono però riusciti a catalizzare una maggioranza di governo. Solo ai primi di maggio, dopo un’estenuante trattativa, l’incarico è stato affidato a Mustafa al-Kadhimi, che ha accettato la sfida sebbene i nomi di cinque ministri da lui proposti siano stati bocciati e i due ministeri chiave, degli Esteri e del Petrolio, siano rimasti per ora vacanti. Il faticoso accordo è stato raggiunto solo dopo giorni e giorni di trattative che sono continuate fino a far slittare di alcune ore la seduta stessa del Parlamento per l’affidamento dell’incarico di governo.

Eppure mai come in questo momento il Paese ha bisogno di stabilità e di una guida affidabile. La situazione non è solo difficile, ma decisamente drammatica, e i problemi sul tappeto sono enormi. Sotto un profilo economico, la crisi del petrolio indotta dalla pandemia ha provocato un pesante crollo del prezzo al barile. Per un Paese come l’Iraq, grande produttore con un’economia basata all’80-90% sull’esportazione di greggio, la situazione è precipitata (è previsto un calo del Pil di oltre il 9%) sia sotto il profilo finanziario che dal punto di vista della disoccupazione e dell’aumento della povertà.

Per dare solo un’idea della situazione finanziaria, è sufficiente un dato: nel mese di febbraio, prima dell’escalation dell’epidemia di Covid-19, l’Iraq aveva esportato 98 milioni di barili di greggio ricavandone circa 5 miliardi di dollari (51,3 dollari a barile). Nel successivo mese di marzo con oltre 101 milioni di barili esportati, il ricavo è sceso a meno di 3 miliardi (28,4 dollari a barile). In aprile, poi, le esportazioni sono diminuite (il mercato è saturo e lo stoccaggio del greggio invenduto è al limite in tutto il mondo) e il prezzo del barile è sceso abbondantemente al di sotto dei 20 dollari.

Nel Paese, il contagio da coronavirus (i dati ufficiali parlano di circa 3 mila contagiati e poco più di 100 morti) non è certamente ai pesanti livelli del vicino Iran, ma il dato ufficiale è difficilmente reale, per la carenza e fragilità delle strutture sanitarie. Inoltre, dopo un coprifuoco difficilmente controllabile, sono inevitabilmente riprese in molte città le proteste popolari, che rischiano anzi di estendersi dopo le misure prese dal governo al-Mahdi, con il congelamento delle spese statali, compresi stipendi e pensioni dei dipendenti pubblici, soldi su cui fa affidamento per sopravvivere almeno un quinto degli iracheni.Se prima molti non aderivano alle proteste di piazza per non rischiare di perdere il posto di lavoro, lo stipendio o la pensione, dopo le misure adottate non hanno più motivo di astenersi, anzi, è vero piuttosto il contrario.

Il nuovo premier è subito intervenuto ordinando la scarcerazione dei manifestanti arrestati, un risarcimento alle famiglie delle circa mille vittime delle proteste e ha promesso di ripristinare pensioni e stipendi bloccati. Ha anche ripescato il popolarissimo capo dell’antiterrorismo, il generale al-Saadi, che prima di essere rimosso era riuscito a mettere un freno alle attività del Daesh, che infatti nei mesi scorsi ha riguadagnato terreno in alcune aree del Paese e nell’Est siriano.

Le mosse di Kadhimi sono guardate però con diffidenza da molti, come ha affermato lo scrittore iracheno Sinan Antoon in un’intervista ad Al Jazeera: «I manifestanti non sono ingannati dai gesti cosmetici di Kadhimi. Conoscono tutti i trucchi di questo regime politico e Kadhimi è solo la versione più aggiornata».

Questo è un altro grosso problema dell’Iraq: la vasta corruzione di politici e funzionari collegata alla spartizione del potere, la muhasasa, un’invenzione politica caldeggiata da statunitensi e alleati dopo l’invasione del 2003 per contrastare il potere degli sciiti filo-iraniani. Già, perché c’è anche questo in Iraq, anzi soprattutto questo, l’ingerenza pesante, pesantissima, dei due arci-nemici: Usa e Iran.

Mustafa al-Kadhimi ha 53 anni, è giornalista e ed è stato negli ultimi 3 anni a capo dell’intelligence irachena. Ha buoni rapporti sia in Iran che negli Usa, dove si era rifugiato al tempo di Saddam Hussein. Il programma che ha annunciato è: indire quanto prima le elezioni dopo aver varato una nuova legge elettorale che ponga rimedio per quanto possibile alla muhasasa; combattere la corruzione; avviare un dialogo nazionale di riconciliazione; consegnare alla giustizia i colpevoli delle stragi e proteggere la sovranità dell’Iraq.

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