Iraq, Daesh e Yazidi

Risorge il cosiddetto Stato islamico? Sembra abbia un nuovo capo, ed ha ripreso le sue attività nelle zone desertiche con la Siria
(AP Photo)

Mentre in Iraq c’è stata venerdì 24 gennaio la “marcia di un milione di persone” contro la presenza militare Usa, promossa dal movimento sadrista di Muqtada al-Sadr con il sostegno di gruppi e milizie sciite filo-iraniani, torna alla ribalta una notizia sul mai debellato Daesh, il cosiddetto Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis).

Secondo informazioni attribuite all’intelligence britannica, il Guardian del 20 gennaio scorso affermava che Daesh avrebbe un nuovo leader, nominato poche ore dopo il suicidio (secondo la versione statunitense) di Abu Bakr al-Baghdadi, avvenuto a Barisha, in Siria a Nord di Idlib, il 27 ottobre 2019 durante il raid di un commando Usa. Il successore di al-Baghdadi sarebbe, secondo il quotidiano britannico, un turcomanno iracheno: Amir Mohammed Abdul Rahman al-Mawli al-Salbi, noto anche come Haji Abdullah e con altri nomi di battaglia.

Di al-Salbi si dice che sarebbe nato ad Tal Afar, una cittadina di 170 mila abitanti, 60 Km a ovest di Mosul, si sarebbe laureato in shari’a islamica e avrebbe aderito ad al-Qaeda fin da giovane. Arrestato nel 2004, è stato rinchiuso nella famigerata prigione di Camp Bucca, dove avrebbe conosciuto al-Baghdadi, divenendo sotto il suo comando uno dei fondatori di Daesh.

Dopo la sconfitta di Baghuz, poco meno di un anno fa, oggi Daesh non controlla più vasti territori, ma «la fine del Daesh è ancora lontana», afferma Saad al-Allaq, capo dei servizi segreti iracheni, in un’intervista del novembre scorso alla Cnn. «Registriamo una sua riorganizzazione – prosegue al-Allaq – ed un aumento significativo dell’attività terroristica con in media 60 attacchi al mese attraverso omicidi, bombe lungo la strada e assalti alle forze di sicurezza irachene». Nel deserto fra Iraq e Siria sarebbero ancora attivi almeno 5 mila miliziani di Daesh, senza contare i diversi gruppi collegati in Asia e in Africa.

Al-Salbi è ritenuto responsabile delle operazioni terroristiche promosse dal califfato negli anni scorsi in tutto il mondo e avrebbe coordinato la campagna di sterminio degli yazidi messa in atto nel 2014 nel Sinjar e nella piana di Ninive. Gli yazidi non sono un’etnia, ma curdi appartenenti ad un’antica religione con radici pre-islamiche. Circa 300 mila fedeli yazidi vivono tra Iraq, Armenia, Georgia, Iran e Turchia. Circa 40-50 mila nell’ultimo decennio sono emigrati in Europa (soprattutto in Germania) in cerca di rifugio dalle numerose persecuzioni subite.

L’accanita persecuzione degli yazidi da parte di Daesh (che li considera eretici indemoniati) ha assunto i toni di un vero sterminio sistematico degli uomini (almeno 3 mila) e la schiavitù per le donne. Il premio Nobel per la Pace 2018, la yazida Nadia Murad, lei stessa per anni schiava, continua a chiedere giustizia per le oltre 6.500 donne e ragazze irachene di fede yazida rapite, violentate e vendute come schiave. La Murad, che ha assistito all’uccisione di sua madre e di sei dei suoi fratelli da parte di miliziani di Daesh, dopo la fuga dai suoi persecutori è diventata una testimone impegnata nella difesa dei diritti civili degli yazidi.

Alla tesi, sostenuta dal governo Usa e dal presidente iracheno Salih, che senza i militari della coalizione a guida statunitense Daesh risorgerebbe come l’araba fenice dalle sue ceneri, molti iracheni rispondono che comunque la lotta a Daesh non giustifica la situazione di un Paese tra i maggiori esportatori di petrolio al mondo, in cui la vita di milioni di cittadini è priva di servizi di base, di lavoro o con salari da fame, e questo soprattutto a causa della corruzione degli apparati governativi e di pesanti ingerenze straniere.

Il movimento sadrista, sciita ma critico verso le ingerenze iraniane e alleato in Parlamento con gruppi laici sunniti e addirittura con una formazione di sinistra, ha accettato stavolta (24 gennaio 2020) l’appoggio di gruppi e milizie filo-iraniani radunando almeno un milione di iracheni (tre milioni secondo gli organizzatori) in una manifestazione anti-statunitense non violenta, che ha evitato accuratamente di attaccare l’ambasciata Usa a Baghdad e prendendo le distanze dalle manifestazioni anti-iraniane di Piazza Tahrir dei mesi scorsi, ma ribadendo che i 5 mila soldati Usa devono andarsene dall’Iraq.

Muqtada al-Sadr ha però insistito che il ritiro degli statunitensi non è solo una richiesta dei manifestanti, ma una scelta politica del Paese, che dovrà passare attraverso il nuovo governo e il parlamento iracheni.

 

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