Quando le armi tacciono, appare ovvio, è sempre un bene in sé, perché vuol dire vite risparmiate, paure che vengono attutite e diplomazie al lavoro. Ma tregua non vuole ancora dire pace, e anzi può voler dire anticamera di un inasprimento dei conflitti armati. Le tregue sono, come sempre, esigue e ambigue.
La tregua è esigua semplicemente perché basta un nonnulla per vanificarla, per farla saltare per aria, come la storia insegna: un messaggio mal compreso, una mediazione che si rivela di parte, un errore balistico, un fiotto di adrenalina mal controllato possono dar la buona scusa per ricominciare a darsele di santa ragione. La volatilità degli umori di chi ha in mano le sorti del conflitto o la scarsa comprensione di quel che accade dietro le quinte possono giocare brutti scherzi.
La tregua è ancor più esigua quando non è generale ma solo parziale, come accade in occasione di questa guerra a proposito del martirizzato Libano, in cui uno dei due attaccanti decide unilateralmente, anche senza l’accordo del partner, di continuare una sua “purificazione” del territorio straniero, senza badare a vittime e danni collaterali.
La tregua è molto più esigua quando a dettarla sono coloro che hanno scatenato la guerra e che stanno evidentemente cercando di guadagnar tempo per riposizionarsi, non essendo riusciti a vincere in un battito di ciglio, come avevano sperato e proclamato. Quando la guerra dura oltre il previsto, la capacità di analisi e di sintesi degli strateghi entra in tilt. Lo Stretto di Hormuz era aperto prima della guerra, riaprirlo non è una vittoria.
La tregua è enormemente più esigua quando gli attaccanti si credono “unti dal Signore degli eserciti”, con la convinzione non solo di avere Dio dalla propria parte, ma anche di avere di fronte solo “bastardi” la cui civiltà può essere cancellata con un manrovescio.
La tregua è ambigua quando non c’è nessun vero accordo tra le parti e non si sa nemmeno chi abbia negoziato nei fatti l’accordo. La tregua è ambigua quando può convenire a entrambe le parti per motivi opportunistici e non sostanziali, senza alcun gentleman agreement. Può essere solo il risultato della lettura di un sondaggio interno al Paese che ha iniziato il conflitto armato.
La tregua è ancor più ambigua quando non tutte le forze implicate direttamente o indirettamente nel conflitto vengono coinvolte nell’accordo. Sostanzialmente, il campo europeo – teoricamente dietro gli Usa – è fuori dai giochi (anzi, viene continuamente deriso), così come le monarchie arabe sunnite del Golfo Persico. Quindi la forza di chi ha dichiarato la tregua è assai debole perché isolata.
La tregua è molto più ambigua se chi la concede non ha nessuna conoscenza della storia e non ha forse nemmeno cognizione di cosa sia una civiltà secolare e millenaria. La forza bruta non ha grande possibilità di vincere se non è sostenuta da una visione ampia che si basi su conoscenze approfondite, anche militari.
La tregua è enormemente più ambigua quando gli assalitori ne approfittano per concentrare le proprie forze sull’anello debole del nemico, o presunto tale. Viene il sospetto che Israele voglia approfittare della tregua per concentrarsi sul nemico Hezbollah, pensando che gli iraniani siano poco intelligenti e non sappiano che una tregua parziale può lasciar loro le mani libere.
La tregua non è veramente tale, è esigua e ambigua quando si dimentica che la guerra è il regno della menzogna, che la menzogna ha le gambe corte e che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Eppure, viva la tregua se anche un solo bambino evita la morte, se un solo missile viene lasciato dormire negli arsenali.
