Iran, a un giorno dall’election day

Tra qualche giorno sapremo chi è stato eletto presidente e capo del Governo della Repubblica islamica dell’Iran. Il ballottaggio fra i due candidati che hanno raccolto più voti avverrà in un’unica giornata, venerdì 5 luglio: manca poco, quindi all’election day. Ma l’attesa più che per il nome è per la percentuale dei non votanti, che facilmente supererà il 60%.
I sostenitori del candidato riformista presidenziale iraniano Masoud Pezeshkian esultano durante la campagna elettorale a Teheran, Iran, 3 luglio 2024. Foto: EPA/STR via Ansa

I due candidati alla presidenza iraniana sono: il riformista moderato Masoud Pezeshkian e il conservatore Said Jalili. Ma prima del voto che deciderà il nome del nuovo presidente (8 anni di mandato salvo imprevisti), il successore di Ibrahim Raisi morto nell’incidente di elicottero a maggio scorso, è interessante fare il punto di una situazione di cui le elezioni del 28 giugno rivelano molti aspetti che noi europei non percepiamo immediatamente.

La morte dell’ultraconservatore Raisi ha spiazzato l’apparato del regime ed ha evidenziato il pericolo di un ulteriore crollo di partecipazione al voto, dopo la nascita e lo sviluppo del movimento Donna Vita Libertà, espressione del forte dissenso popolare innescato dall’uccisione il 16 settembre 2022 di Masha Amini, la 22enne curda morta a Teheran a causa delle percosse della polizia morale, per un velo (hijab) che non nascondeva rigorosamente e del tutto i capelli. Una legge del 1981 impone infatti l’hijab in pubblico a tutte le donne (anche non iraniane) a partire dai 9 anni (e prevede l’arresto e 74 frustate a quelle che non lo indossano).

La Guida Suprema Ali Khamenei (in carica da 35 anni come successore dell’ayatollah Khomeyni) nei giorni precedenti il voto del 28 giugno ha sentito il bisogno di rivolgersi alla nazione dicendo: «Le elezioni sono sempre una prova. L’elevata affluenza alle urne è l’orgoglio della Repubblica islamica. La partecipazione popolare significa che la Repubblica islamica è letteralmente una repubblica». Il messaggio è piuttosto esplicito, oltre ad esprimere un concetto di repubblica che non ci è del tutto evidente: votare significa approvare il regime, non votare equivale a rifiutarlo. Ha così trasformato il voto del 28 giugno, di fatto, in un referendum pro o contro il regime, forse illudendosi che la concessione di un candidato riformista (accanto a 5 conservatori) avrebbe aumentato la partecipazione.

L’affluenza alle urne mostra che è calato non solo il consenso ma anche la paura delle conseguenze minacciate. Ne sono segnali il fatto che la chiusura dei seggi prevista per le 18 è stata prorogata una prima volta alle 19 e una seconda alle 20 (si dice che in alcune città ci siano state 4 proroghe), e le testimonianze sui social network di elettrici alle quali è stato impedito l’accesso ai seggi perché non indossavano l’hijab.

I numeri, poi, parlano piuttosto chiaro: su circa 61,5 milioni di elettori, sono 24 milioni (39%) quelli che si sono recati alle urne, ma di questi più di 1 milione (1,2 milioni secondo altri osservatori esterni) ha votato schede poi dichiarate nulle, portando i voti validi ad un deludente 38% degli aventi diritto. Vale a dire 62% di non votanti.

Il candidato riformista presidenziale iraniano Masoud Pezeshkian (in centro) e sua figlia (a destra) salutano la folla durante la campagna elettorale a Teheran, Iran, 3 luglio 2024. Foto: EPA/STR via Ansa

Ma un altro aspetto da comprendere sono i candidati, che inizialmente erano 80: il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, presieduto da Khamenei, ne aveva tranquillamente respinti 74 come inadatti. Ne erano dunque rimasti 6: 5 conservatori e 1 riformista. In seguito, 2 conservatori si erano ritirati e la votazione si era concentrata su 4 candidati. L’unico riformista (Pezeshkian) ha ottenuto, secondo fonti di iraniani dissidenti residenti all’estero, tra 42 e 44% (oltre 10 milioni di voti) e il suo avversario conservatore (Jalili), quello preferito dal regime, intorno al 38-40% (circa 9 milioni di voti). Gli altri 2 rimasti in lizza hanno ottenuto percentuali ininfluenti: l’ultraconservatore Ghalibaf circa il 13% e il chierico Pourmohammadi meno dello 0,3%

È un fatto di rilevanza politica la presenza tra i candidati di un riformista (i riformisti sono stati esclusi dal potere da quasi vent’anni, dai tempi di Ahmadinejad nel 2005), che poi ha ottenuto il maggior numero di preferenze. La concessione di un posto tra i candidati al riformista Pezeshkian è stata voluta a quanto pare dallo stesso Khamenei, con l’intento di indurre una maggiore partecipazione al voto, che altrimenti sarebbe forse ulteriormente crollata.

Come sintetizza Pejman Tavahori su iranwire.com del 29 giugno 2024: «I risultati delle elezioni presidenziali e il continuo boicottaggio da parte del 60% degli aventi diritto, nonostante la significativa partecipazione delle élite politiche riformiste, indicano che gli attivisti del movimento Donna, Vita, Libertà cercano un cambiamento fondamentale nella struttura politica dell’Iran. I riformisti, che in precedenza avevano avuto successo, non sono riusciti a conquistare la fiducia di questo movimento poiché non sono riusciti ad attuare riforme sostanziali». Forse non è superfluo dire che iranwire.com, insieme a numerosi altri siti di varie tendenze presenti sul web, esprime il pensiero di una parte dei ben organizzati e numerosi esuli iraniani contrari al regime. Gente temuta e odiata dal mondo ultraconservatore di cui il defunto presidente Raisi rappresentava una punta avanzata.

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