Io, robot

Ispirandosi liberamente ai racconti di Isaac Asimov, Alex Proyas ci introduce in un futuro abbastanza vicino, ma decisamente irreale, dove i robot sono mezzi uomini e gli uomini hanno modi che li fanno assomigliare ai robot. La differenza tra loro è davvero piccola, dato che anche gli automi manifestano emozioni, sono coscienti e provano solidarietà reciproca. E la linea che separa il bene dal male non è quella che divide gli uomini dalle macchine. All’inizio ci si trova in una Chicago piacevole, rappresentata in eleganti forme avveniristiche. Vi si vedono molti esseri metallici, impegnati in lavori vari, senza che da parte umana ci sia alcun timore, dato che sono programmati secondo le tre famose leggi di Asimov. Il percorso del film è segnato da una tensione crescente per la graduale scoperta del pericolo, fatta da un poliziotto coraggioso. Alla fine anche fra gli stessi robot nasce un conflitto, una rivolta contro la tirannia del grande cervello centrale, che li domina dall’alto di un grattacielo gigantesco ed ha voce femminile. Varie scene mozzafiato attanagliano gli spettatori, come si conviene ad una megaproduzione hollywoodiana, mirante alle grandi platee. È interessante la rappresentazione del robot Sonny, risultato della recitazione di un attore in carne ed ossa, la cui immagine è stata trasformata graficamente. Il suo volto ha tratti di sensibilità umana, che colpiscono. Ma Proyas si mantiene lontano dall’abbondanza dei sentimenti di A.I. e dagli approfondimenti esistenziali di L’uomo bicentenario, pellicole recenti riguardanti entrambe lo stesso tema. Comunque, anche vedendo l’attuale film, si arriva a pensare che se si costruissero macchine viventi, nascerebbe l’esigenza di un ampliamento dell’etica; il che è un problema tipico di questo ramo della fantascienza. La prerogativa di Io, robot è la sua capacità di immergerci nel mondo attraente, e abbastanza adrenalinico, ottenuto con il computer, dove non ci sono freni all’immaginazione e ai movimenti spaziali più complessi della cinepresa. E riesce a farlo con un linguaggio che non è dispiegamento di pura tecnica, ma modo di esprimere un contenuto interessante. Insomma, un film divertente, più significativo di quanto non si direbbe a prima vista. Regia di Alex Proyas; con Will Smith, Bridget Moynahan, Alan Tudyk.

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