Invecchiare

Come lasciare il controllo del nostro piccolo mondo e allo stesso tempo rimanere giovani  

 

Invecchiare è un fatto personale, un’esperienza che s’intrufola più o meno improvvisamente nella vita di una persona. È una “terra sconosciuta”, per usare un’espressione di Enzo Bianchi. Si presenta a coloro che hanno avuto la fortuna di vivere abbastanza a lungo per farne conoscenza. E impone un senso di gratitudine per i giorni che sono stati concessi. Invecchiare è tante cose messe assieme. È scoprire la propria fragilità, come scritto nel Vangelo di Giovanni: «Quando sarai vecchio, tenderai le mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove non vuoi». È sentirsi diventare un peso, come diceva il vecchio biblico Barzillai al re Davide, rifiutando la ricompensa che voleva offrirgli: «Posso udire ancora la voce dei cantori e delle cantanti? E perché allora il tuo servo dovrebbe essere di peso al re mio signore?».

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La vecchiaia è il tempo della fragilità. Ma a ben pensarci… non è l’intera vita dominata dalla fragilità? Invecchiare dà la possibilità di riappacificarci con questa componente dell’esistenza, e riconoscere che è giunto il tempo di “lasciare andare”. Di consegnare il testimone alle nuove generazioni. Lasciare il controllo sul piccolo mondo che per anni abbiamo tenacemente governato, difeso, protetto con sudori e affanni. Accettare, con un sorriso, che nella vita lasciamo solo cose incompiute. Nulla di perfetto, se non pochi attimi. Così, una volta dato il nostro meglio, possiamo rilassarci e far pace con la finitezza. Serenamente e con un po’ di gaiezza. Rimanendo però sempre parte del gioco. «Dove non riesci ad arrivare, getta il cappello», dice la saggezza toscana.

E infine: invecchiare significa rimanere giovani. Non nei goffi tentativi come le eccessive chirurgie plastiche o il seguire pateticamente le mode dei giovani o gli accanimenti medicinali. Ma narrando. Tramandando ai giovani i racconti, le esperienze fatte, anche se un po’ maldestre, per legarsi insieme alla cordata della storia che continua. E poi, soprattutto, riconciliandosi con quel soffio di eternità che ci aleggia dentro. La vecchiaia è una stagione della vita – dai poeti paragonata alle brume d’autunno – che prelude a una nuova stagione: quella luminosa dell’eternità. Con il breve passaggio, indesiderato ma inevitabile, della morte. Invecchiare chiama dunque a gettare uno sguardo su quell’eternità. A ritrovarla dentro di sé. «È ritrovata. Che cosa? L’eternità», cantava il poeta Rimbaud. L’eternità è stata dentro di noi, nel corso degli anni: l’abbiamo percepita come un subbuglio interiore che a volte – specialmente in gioventù – spingeva a ideali eroici e grandiosi; l’abbiamo vissuta in momenti di autentico amore; più spesso l’abbiamo cacciata in qualche meandro oscuro dell’anima, e lei, lì accovacciata, s’è messa a dormire. Ma nella vecchiaia si desta. Ci viene incontro e la possiamo abbracciare. E risplendere di gioventù.

 

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