Intervista a Vinicio Marchioni

Attore e regista teatrale, classe 1975, giunto al grande successo di pubblico nel ruolo del Freddo nella serie “Romanzo criminale”. Vanta un ricco curriculum di oltre 20 film tra cinema e tv e vari spettacoli teatrali. Dal numero di Aprile di Città Nuova

Sulla porta del camerino dove ci incontriamo, prima di dedicarsi all’intervista, dà qualche istruzione al suo aiuto regista per la prova generale che più tardi seguirà. E scherza: «Vuoi sapere qual è il lavoro principale del regista? Rispondere alle domande di tutti: scenografo, costumista, tecnico luci, produttore, attori. Devi saper replicare, e bene». Vinicio Marchioni sa mettere a proprio agio tutti. Osservandolo e seguendolo in questi anni da quando ci conosciamo, sia che tratti con colleghi o amici, giornalisti o camerieri, o giovani che gli chiedono un selfie, è sempre affabile, socievole, guarda negli occhi. Di mestiere voleva fare lo sceneggiatore, il giornalista o il critico; qualcosa che fosse attinente alla scrittura. «Mi è sempre piaciuto leggere – esordisce –. Durante le scuole superiori avevo seguito un corso di montaggio cinematografico, e già i primi anni di università la passione per la scrittura era più orientata verso il cinema e il teatro. Poi, per una mia esigenza di approfondimento, ho frequentato un breve corso in una piccola scuola di teatro. Una volta entrato, vi sono rimasto tre anni. Da lì è iniziato tutto».

 

Che ruolo ha avuto la tua famiglia considerando che in casa nessuno faceva questo mestiere?

Mia madre ha avuto un’importanza enorme. Mi ha sempre lasciato libero di seguire le varie passioni che di anno in anno mi infiammavano, anche se poi molte si rivelavano inutili. In realtà, iniziando a fare l’attore e oggi il regista dirigendo per la prima volta un gruppo di interpreti, mi rendo conto che tutto quello che ho fatto dai 15 anni in su, si è rivelato utilissimo. Tutto è bagaglio di vita.

 

La balbuzie immagino abbia rappresentato un problema. Ma hai imparato a conviverci e a superarla. E in scena e sul set succede il miracolo.

L’unico ricordo traumatico è stato misurandomi con i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello per il saggio alla scuola di teatro. Durante la prova non riuscivo a parlare, e mi sono inchiodato. È stata l’unica volta in cui ho sentito fisicamente l’impossibilità di riuscirci. Fu bravo Giuseppe Marini, l’insegnante di recitazione e regista, nel farmi provare seduto con un attore di fronte a me, recitando tutta la mia parte con un filo di voce udibile solo a lui, e con una musica di sottofondo. Mi sono adagiato sul ritmo che mi suggeriva la musica, e non mi sono più bloccato. Da quel momento ho capito anche l’importanza fondamentale del ritmo, della melodia, dell’ascolto. Nella vita quotidiana succede ancora di incespicare, però nel momento in cui interpreto un ruolo è sufficiente questo spostamento per far sì che la balbuzie scompare.

 

Spesso, nei titoli di articoli o di interviste, si parla di te con l’appellativo “il Freddo”, il personaggio della serie “Romanzo criminale” del 2008 che ti ha dato la notorietà. Ti infastidisce sentirtelo ripetere ancora oggi?

Quel ruolo è arrivato con già 10 anni di attività alle spalle. Avevo lavorato con Luca Ronconi e altri registi, e stavo costruendo un inizio di carriera teatrale. L’appellativo che sui giornali mi si dava mi ha infastidito soprattutto perché automaticamente non veniva considerata tutta l’attività precedente. La mia vita professionale è tuttavia iniziata con quel ruolo, che mi ha dato la possibilità di farmi conoscere al grande pubblico e agli addetti ai lavori. Quindi non posso che essere grato. Comunque non ha influito su tutto quello che ho realizzato dopo.

 

Quali sono gli aspetti della vita che, come artista e come persona, richiamano di più la tua attenzione?

Per carattere sono stato sempre attratto dalle mancanze. Mi hanno sempre affascinato le debolezze e non i punti di forza, sia negli esseri umani che nei film con i ruoli che scelgo. I punti di forza di un uomo e di una donna più o meno sono sempre quelli. Invece le nostre carenze, i traumi, le paure, le sconfitte, i modi di vivere le nostre solitudini, i modi di reagire alle ansie, ci rendono quello che siamo, cioè meravigliosamente unici e irripetibili.

 

Questo tema delle mancanze, credo abbia influito anche sul lavoro che hai fatto su Cechov, mettendo in scena, con grande successo, “Uno zio Vanja”.

In questi 4 anni di studio su Cechov, mi sembra di avere intuito che si tratta di un autore che ha sempre lavorato sulle mancanze dell’essere umano: mancanza di felicità, sul non essere “qui ed ora” ma sempre proiettati in un futuro ipotetico, e in un passato che rimane attaccato. Così sono i suoi personaggi.

 

In una intervista hai dichiarato che «l’importante in questo mestiere è non rinunciare mai alla propria identità». Cosa intendi dire?

L’identità è qualcosa sulla quale un attore deve lavorare quotidianamente. Tornando all’esempio del Freddo, se io mi fossi adagiato su quel ruolo e sulle proposte lusinghiere che mi sono arrivate dopo, la mia identità come essere umano e come professionista sarebbe stata cancellata. E oltre a quel ruolo non credo che avrei fatto molto altro. Per identità intendo anche la fedeltà a un modo di intendere questo mestiere, al mantenere e cercare di lavorare quotidianamente sul perché si è scelto di farlo.

 

È la tentazione del successo facile…

Il successo in sé non è un fine da perseguire. Se voglio che questo mestiere mi accompagni per sempre, vuol dire che deve trasformarsi nella mia vita. E in questo senso riguarda anche l’identità famigliare: l’essere padre, compagno di vita, figlio, fratello, nel cercare di essere se stessi in ogni cosa che si fa e in qualsiasi mestiere.

 

Come concepisci il ruolo di regista?

Curando la regia di Uno zio Vanja, avendo 7 attori oltre me, e una squadra di 20 persone che devono funzionare rispetto a una mia idea, se umanamente li convinci che quell’idea sia giusta, necessaria, urgente, artistica, e da condividere con un pubblico, penso che si lavori molto meglio. Inoltre, come regista hai l’obbligo di tirare fuori il meglio da tutti. Se ti poni in maniera coercitiva, dispotica, autoritaria anziché autorevole, non tiri fuori il meglio da nessuno.

 

Immagino sia stata importante l’esperienza con Antonio Latella che a teatro ti ha diretto in “Un tram che si chiama Desiderio” di Tennessee Williams…

Frequentare e leggere i libri di Peter Brook è stato illuminante per me, ma soprattutto vedere come Antonio lavora con gli attori. Lui mi ha insegnato ad amarli. Un attore che non si sente amato non produrrà mai quanto invece potrebbe. Abbiamo tutti una necessità disperata di sentirci sicuri, perché siamo talmente esposti, talmente vulnerabili, talmente nudi sul palcoscenico che dobbiamo sentirci amati e protetti per essere spinti poi verso il vuoto della platea.

 

Sposato con Milena Mancini e con due figli. L’essere diventato padre in cosa ti ha cambiato umanamente e artisticamente?

In tutto. Fare l’attore significa nutrire un egocentrismo che abbiamo tutti, chi più chi meno. Un figlio ti leva dall’epicentro della tua vita, e questo fa sì che guardi tutto da un altro punto di vista, da una prospettiva più ampia e profonda. E tutti i ragionamenti sono riconducibili a quale mondo lascerai a loro, a dove e come li fai crescere, a cosa hai fatto tu prima di diventare padre per costruirgli qualche cosa di buono. Tutte domande scomode. Anche la scelta di Cechov forse è stata “viziata” dai figli, nel senso che in Zio Vanja l’autore fa chiudere il testo alla più giovane, come a voler lasciare la responsabilità del mondo sulle spalle della più piccola, della più pura, la persona meno adatta agli occhi di tutti, che però alla fine si dimostra la più forte.

 

Milena è anche lei attrice, oltre che pittrice e scultrice. Cosa comporta lavorare insieme? Non è facile essere entrambi in scena quando si hanno due figli piccoli. Oltre a “io e te” c’è il “noi”, che è più forte degli egoismi e delle esigenze personali.

Siamo diversissimi, due caratteracci, due capoccioni, però abbiamo trovato realmente, non so come, un equilibrio. Lei è rimasta tre anni a fare solo la mamma e adesso ha ripreso alla grande sia a cinema che a teatro. È molto pratica, un’artista che lavora soprattutto con la materia; io invece ho bisogno di leggere molti libri, vedere mostre, ascoltare molta musica per arrivare, forse, a una sintesi di quello che ho in mente. In questo abbiamo una complementarietà, dove ognuno mette al servizio della creatività dell’altro quello che può, con grandi discussioni notturne quando i figli dormono. Sono orgogliosissimo della famiglia che ho creato con Milena, e tutto quello che abbiamo fatto insieme in questi anni è grazie a lei, facendo sacrifici per il lavoro, stando lei a casa e io lontano, con una sofferenza enorme. I figli mi hanno fatto fare piazza pulita di tante cose inutili, superflue.

 

Facendo l’attore in questi anni, lavoro che implica l’immersione nella vita degli altri, hai scoperto delle cose di te stesso come persona?

Bella domanda! Ho scoperto di avere un rapporto molto conflittuale con la violenza. Sono uno che non sa alzare una mano, che sta sempre un passo indietro e cerca di mediare. Ho scoperto anche la leggerezza. Per molti anni sono stato pesante: negli approcci, nello studio, nel dovere essere sempre il più bravo, nel dover dimostrare a me stesso sempre qualcosa in più. E invece, soprattutto con la macchina da presa, devi acquisire unagrande leggerezza, togliere, asciugare. Ho imparato anche a prendermi meno sul serio, e a sentirmi meno fondamentale agli occhi degli altri. E poi c’è l’umiltà, che si ha o non si ha. Vuol dire lavorare su come far sì che non sia scambiata dagli altri per pressapochismo. È sapere che il sole domani sorgerà lo stesso, sia che esista io o un altro, sia che quel film si faccia o no. Nei momenti in cui non sei soddisfatto, che non ti chiama nessuno per lavorare, che non gira bene, ti salva solo quanto l’arte ti brucia dentro, quanto questo fuoco sia non una passione dettata dal farti conoscere, dall’essere il protagonista, dall’avere successo. Quello significa che ami te stesso all’interno del mestiere. E se è così, rischia di svuotarsi tutto in poco tempo. È un mestiere fatto di mille dubbi, di mille incertezze. L’unica certezza è quanto lo ami e non quanto esso ama te. Perché, in fondo, sei uno come gli altri.

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